Vignetta tratta da Visitors, di Ward Sutton



















IL FUMETTO AMERICANO DOPO L'11 SETTEMBRE - PRIMA PARTE

di Aragozzino 

ipodose storica: secondo Douglas Coupland, autore del romanzo Generazione X, è il “Trovarsi a vivere in un periodo storico nel quale niente sembra accadere. I sintomi principali comprendono l’assuefazione ai quotidiani, alle riviste e ai notiziari televisivi”.

Chiunque fosse convinto di vivere in un periodo di ipodose storica, l’11 Settembre 2001 fu tristemente smentito. E mentre a New York si consumava il triste avvenimento, le telecamere della TV lo consegnavano non soltanto alla Storia, ma anche allo sguardo di milioni di telespettatori. Art Spiegelman, il celebre fumettista premio pulitzer per Maus, in un articolo immediatamente successivo al giorno dell’attentato, dichiarò: “Chiunque al mondo in possesso di una televisione ha visto la cataclismatica distruzione del World Trade Center, in continuo replay, ha visto le torri bruciare e bruciare ancora” […] “anche io ho visto la scena parecchie volte alla tv, ma la prima volta l’ho vista dal vivo, senza mediazioni”.
Spiegelman, infatti, abita a New York, lower Manhattan, per la precisione. Quel giorno l’artista era appena uscito dal suo appartamento assieme alla moglie, quando vide il primo aereo schiantarsi contro uno dei due grattacieli. “La portata del disastro non ci era del tutto chiara. Come altri hanno già osservato, tutto sembrava ‘surreale’. Abbiamo capito soltanto dopo esserci riavuti dallo shock che non si trattava di un film, e che nostra figlia Nadja, di 14 anni, si trovava nel cuore della confusione”.
Nadja frequentava la Stuyvesant High School, ai piedi delle torri. Fortunatamente la famiglia Spiegelman non subì alcuna perdita, e anche molti amici della coppia, che lavoravano o abitavano molto vicino alle Torri Gemelle, riuscirono a cavarsela. La tragedia che segnò le vite di molti newyorkesi, segnò in qualche modo anche la vita e l’immaginario di Spiegelman, che si mise immediatamente al tavolo da disegno per una copertina commemorativa dell’edizione speciale del New Yorker, il prestigioso giornale dove compaiono solitamente le sue illustrazioni. Successivamente Spiegelman, contattato dall’amico Michael Naumann, co-editore del settimanale tedesco Die Zeit (ed ex-ministro della cultura in Germania), è stato convinto a produrre un fumetto che ripercorresse in qualche modo la drammatica e irreale esperienza di quei giorni febbrili. Il suo lavoro, In the Shadow of No Towers, è stato recentemente pubblicato a puntate proprio dal settimanale tedesco (esiste anche una versione francese, sul Courrier International). La natura del nuovo fumetto di Spiegelman è distante anni luce dalle tante pubblicazioni immediatamente successive all’avvenimento. In esso non ci sono né supereroi nel senso stretto del termine, né tantomeno i celebrati “nuovi eroi” dell’11 Settembre (pompieri, tutori dell’ordine, volontari). D’altronde, non è un caso che il fumetto non sia apparso negli Stati Uniti: “Sono troppo europeo per il pubblico americano, e troppo poco mainstream” ha ammesso lo stesso Spiegelman. In Italia, dopo una prima parziale serializzazione sulle pagine de Il Venerdì di Repubblica, è recente la pubblicazione a puntate in tavole dal formato gigante sul settimanale Internazionale (con il titolo L'ombra delle torri).

Quello di Art Spiegelman è soltanto uno dei numerosissimi lavori a fumetti presentati a ridosso del terribile disastro. Una sorta di moderna elaborazione del lutto collettivo che ha abbracciato diversi media, dal cinema alla tv, dalla musica al fumetto, appunto, e che ha trovato proprio nell’arte sequenziale uno dei mezzi privilegiati. Ma perché proprio il fumetto si è ritrovato in prima linea, nel raccontare le angosce e le speranze di una nazione controversa e sull’orlo di una crisi politica e di valori? Jarret Keene, giornalista del Las Vegas Mercury, in un articolo pubblicato nella prima parte del 2002, offre un punto di vista nuovo (e per alcuni versi troppo semplicistico) sul come e sul perché il medium fumetto si è reso protagonista immediatamente dopo l’ 11/9, attirando attenzione e nuovi lettori in un’industria che stava (e sta tuttora) attraversando una crisi profonda: “I fumetti successivi all’11 settembre, al contrario degli altri benefit radiofonici e televisivi, non sono un adattamento dei fatti, o edizioni commemorative. Non adattano o commemorano nulla. Invece, essi articolano il dolore e l’eroismo del nostro paese in un mezzo espressivo normalmente eclissato dagli altri media”.
In ogni modo, un evento senza precedenti ha scosso la popolazione mondiale: era plausibile una reazione in massa dei principali mezzi d’espressione, soprattutto quelli a carattere più popolare. “I fumetti che scrivo finiscono in qualche modo per influenzare la vita reale” affermò, più di una volta, Grant Morrison. Niente di più vero, almeno nel caso delle pubblicazioni immediatamente successive all’atto terroristico: molte di esse nacquero con l’obiettivo di raccogliere fondi per le famiglie delle vittime. Ma ridurre ad alcuni benefit l’importanza che acquisì il mezzo espressivo fumetto non renderebbe giustizia alle decine di progetti fortemente ispirati dalla tragedia, che, come nota Keene, si differenziarono dalle simili iniziative degli altri mezzi d’espressione. E negare che l’11 Settembre abbia influenzato in qualche maniera il mondo stesso del fumetto (almeno quello statunitense), perlomeno nel breve termine, sarebbe allo stesso modo poco accorto. Un serpente che si morde la coda, allora: e se valutare in che modo i fumetti influirono sulla realtà può apparire semplice (basta contare i dollari versati in beneficenza dalle case editrici: solo la Marvel raggiunse quota 700.000 dollari con i suoi 4 progetti), si può quantificare il modo in cui fare fumetti è mutato dopo l’11 Settembre? Nel corso di questo articolo ci proveremo, con l’aiuto di alcuni addetti del settore e di artisti direttamente coinvolti.

Possiamo innanzitutto dividere in due ondate distinte i fumetti direttamente influenzati dall’11 Settembre: il mondo fumettistico d’oltreoceano ha reagito in tempi brevi con una serie di pubblicazioni perlopiù a scopo benefico, improntate alla celebrazione degli eroi della Grande Mela: i pompieri caduti tra le macerie del World Trade Center, mentre erano impegnati alla ricerca di vite umane da salvare. Non mancano però eccezioni importanti, soprattutto nell’ambiente fumettistico indipendente.

Esiste poi una seconda ondata di fumetti pesantemente influenzati dal crollo delle torri: si tratta di storie o serie (come quella di Spiegelman citata sopra) che si cimentano con tematiche rese attuali dall’attentato (il terrorismo, ad esempio, o la questione mediorientale), ma a freddo (pubblicate molto recentemente, a diversi mesi di distanza dagli avvenimenti), e quindi, almeno in teoria, più ragionate e meno slanciate verso eccessi patriottici e retorici. Alcune di esse sono molto critiche verso la nuova situazione politica e l’estabilishment americano.

Oltre alle opere coscientemente ispirate all’11/9, molte altre pubblicazioni per forza di cose sono state toccate dall’influenza dell’attentanto, almeno collateralmente. Un interrogativo sollevato immediatamente dopo l’attacco terroristico (e per molti versi ancora attuale) è stato infatti: è possibile ricreare, per puro scopo di intrattenimento, scene simili a quelle concernenti i tragici avvenimenti, anche se una volta erano molto diffuse (soprattutto nella narrativa per immagini di stampo supereroistico)? E ancora, questione molto più spinosa, in un momento politico così delicato è lecito criticare l’attuale classe dirigente al comando dell’impero americano? Iniziamo la nostra analisi proprio dal fumetto che probabilmente ha più sofferto del clima di isteria generale generatosi immediatamente dopo la tragedia.

Authority, la politica anti-violenza e Jim Steranko

Mosca, prime luci dell’alba. La popolazione, ignara di quel che sta per accadere, è impegnata nelle solite attività mattiniere: consumare la colazione, prepararsi per andare a lavoro, pianificare la propria giornata. All’orizzonte, stagliato contro il sole nascente, un imponente sciame di superterroristi viaggia a velocità elevatissima verso un unico obbiettivo: la distruzione completa della città. Qualunque ostacolo viene raso al suolo: la gente urla e muore, gli edifici collassano su se stessi, le macerie inghiottono i passanti, le nubi di polvere circondano centinaia di cadaveri.

Questo è il riassunto dell’incipit, scritto in tempi assolutamente non sospetti, del primo ciclo di Authority, la serie supereroistica “rivelazione” della fine degli anni ‘90, di Warren Ellis e Brian Hitch. La serie inaugurava un nuovo modo di scrivere supereroi, per troppo tempo vincolati dagli strascichi del decostruzionismo degli anni ’80. Una ventata di aria fresca, la nuova prospettiva di vedere un gruppo di supereroi agire nel mondo moderno, alle prese con problemi legati alle complesse vicende geo-politiche, agli intrighi internazionali e ai giochi di potere che realmente animano il mondo (a dirla tutta, una versione seminale di Authority era già presente in Stormwatch, testata sempre scritta da Ellis per la Wildstorm).
Col senno di poi, è naturale che queste immagini di finzione evochino nel lettore altre scene, fin troppo reali: il parallelo con l’attentato dell’11 Settembre 2001 alle Twin Towers sorge spontaneo. Ma andiamo con ordine.
Con la gestione Ellis, l’elemento caratterizzante della serie era la violenza di massa, utilizzata in modo molto spettacolare. Ma dopo l’abbandono dello scrittore scozzese e l’avvicendamento dell’allora semisconosciuto Mark Millar alle trame, a quest’elemento se ne aggiunsero altri ben più originali e scomodi, per una pubblicazione supereroistica mainstream. Ci riferiamo all’outcoming della coppia gay Midnighter/Apollo (la cui omosessualità era già accennata, ma mai mostrata in primo piano), e a una forte connotazione politica del gruppo stesso, con prese di posizione a volte molto dure nei confronti della classe dirigente mondiale (e in particolare della politica estera statunitense), e con un modus operandi che fondeva elementi di etica no-global, militantismo estremista e terrorismo.
“Nei mesi immediatamente precedenti al Settembre del 2001”, ci spiega Alessio Danesi, editor del mensile Wildstorm (che presenta in Italia il meglio della produzione dell’omonima etichetta posseduta dalla DC Comics) della Magic Press, “Authority era una delle testate più vendute della DC Comics, soprattutto da quando Millar ne aveva parlato alla radio e alla Tv pubblicizzando il fatto che ci fossero le versioni "authorizzate" e per giunta gay di Batman e Superman. Paul Levitz, capo supremo della DC e autore della vecchia scuola non nascose mai la sua disapprovazione per la mossa commerciale di Millar”. Intanto, il mondo fumettistico era in subbuglio per le mosse del nuovo editor-in-chief della Marvel Joe Quesada, che si era assicurato la penna di Grant Morrison sulla testata ribattezzata New X-Men. “Morrison passò alla Marvel, e chiese al duo Quesada/Jemas una lista di disegnatori con i quali aveva già collaborato. Venne prescelto Frank Quitely che all'epoca stava iniziando la seconda parte di Mondo Nuovo/Brave New World su Authority. Quitely ricevette un'offerta misteriosa ma che non poté assolutamente rifiutare (pare sia stato pagato in anticipo, ma di questo non sono sicuro) e fuggì, trovando rifugio alla Westchester School for Gifted Youngsters. La DC intanto tergiversò un po', aspettando di trovare il disegnatore adatto per sostituire lo scozzese Quitely… e intanto allestì una saga fill-in di quattro mesi, con i fidi collaboratori Peyer/Nguyen (Passaggio di poteri, in Italia su Wildstorm 24/27, ndA). Venne annunciato Art Adams, universalmente riconosciuto come il disegnatore più lento del mondo. Millar continuò a lavorare alle sceneggiature dei successivi episodi di Mondo Nuovo e si ammalò (un sospetto tumore poi scongiurato, ndA), ma riuscì a completare il lavoro anche grazie all'aiuto dell'amico Morrison”.

Proprio quando la maggior parte dei problemi riguardanti la testata stavano per essere risolti, sugli Stati Uniti si abbatté la tragedia dell’11 Settembre, che sconvolse l’opinione pubblica e monopolizzò l’attenzione di tutti i media. “La DC in pieno clima 11 Settembre intervenne dapprima sulle sceneggiature e poi sulle tavole di Adams (ne arriverà a censurare più della metà), sommando ritardi su ritardi. E ad alcuni questa sembrò una mossa della DC per togliersi dalle scatole per un po' Authority, dopo Ground Zero. Millar ormai non riusciva più a lavorare con la dirigenza DC (non dimentichiamo che fa parte della Warner che a sua volta fa capo alla AOL, una delle corporazioni più attente a mantenere un basso profilo), ma si sentì in dovere di ultimare almeno la sua storyline, e quindi andò anche lui alla Marvel (che approfittò della situazione sparando una delle mosse più discutibili degli ultimi anni, proponendo al duo Millar/Quitely di pubblicare sotto il meraviglioso marchio la storia originale di Authority, ben sapendo della impossibilità legale di fare un'operazione del genere, ma solo per fare un po' di casino)”.

La testata, sicuramente una delle più interessanti (e remunerative) dell’intero panorama supereroistico mainstream, venne chiusa. Ma i retroscena e le censure imposte dagli alti vertici della DC comics non finirono qui.
“Proprio nei mesi precedenti a Ground Zero” continua Alessio, “Brian Azzarello e Steve Dillon fecero una proposta per l'Authority del dopo Millar che venne immediatamente accettata dagli editor Wildstorm. Alcune voci non confermate parlavano di un'Apocalisse sulla Terra (e anche di una nuova versione di Doctor, che doveva essere Gesù Cristo resuscitato, ndA), ma quando ho parlato di questo con Azzarello lui non me lo ha confermato. Nel mese successivo all'11 Settembre, la Aol si rese conto che tra il cinema e la TV e i cartoni animati possedeva anche un settore fumetti, e bloccò tutti i progetti ancora non realizzati che avessero tematiche particolarmente violente. Addio all'Authority di Azzarello e addio a Brian Hitch e al suo speciale Authority Widescreen (che era praticamente già ultimato, ndA). I due grandi rifiutati furono poi raccolti dalla Marvel, che è riuscì a ottenere la firma di Hitch per il lancio di Ultimates e due miniserie scritte da Azzarello con Corben (Cage e Banner, ndA)”.

Sebbene preda principale degli isterismi post-attentato, Authority non fu certo l’unica vittima in tal senso. La DC infatti bloccò un’ampia serie di ristampe ai nastri di partenza, tra cui la Doom Patrol e Flex Mentallo di Grant Morrison (opere ritenute non in linea con ciò che chiedeva il pubblico, divenuto di colpo troppo impressionabile). Nei mesi immediatamente successivi si istaurò un clima censorio alla ricerca del Politically Correct a tutti i costi, che raggiunse il suo apice con una serie di dichiarazioni a dir poco controverse e anacronistiche del noto penciller Jim Steranko. “Siete in pericolo!” tuonò Steranko in un suo comunicato. “I fumetti di oggi sono pieni di brutalità, distruzione, depravazione, cinismo e oscenità” […] “Personalmente, ne ho abbastanza di malvagità, soprattutto di spazzatura psicotica e nichilista spacciata per entertainment, che sta segnando il tramonto del fumetto”. Perché tanto astio? Presto detto: “Non ho mai pensato di essere uno dei buoni. Ma la malvagità che ho visto nel passato recente, culminata nella tragedia del World Trade Center, mi ha fatto vedere le cose da un’altra prospettiva”. L’oggetto che scatenò le ire di Steranko era un comunicato stampa che annunciava l’uscita di The Pro, un one-shot a firma Garth Ennis, Amanda Conner & Jimmy Palmiotti, con protagonista una super prostituta. “Se doveva essere divertente, io non ho di certo riso. Alcuni dei talenti più pubblicizzati sono così disperati da celebrare il male?”. Steranko continuava la sua filippica incolpando i già citati autori di fare del “terrorismo culturale”, incitando i giovani a fare la loro parte e a schierarsi in questa battaglia tra il bene e il male. “Alzatevi e combattete per l’etica, i valori e gli ideali in cui credete. Altrimenti, vi meritate qualsiasi cosa vi accada, e non sarà piacevole”. Inutile dire che The Pro (edito in Italia dalla Magic Press) si rivelò un fumetto innocuo, pieno di gag divertenti (e di cattivissimo gusto, come nella tradizione di Ennis), e per quanto possibile persino vicino alle idee di Jim Steranko (la protagonista, alla fine, si sacrifica per il bene del mondo, non prima di aver sparato un discorso sui veri eroi paurosamente simile al comunicato divulgato da Steranko), a cui gli autori hanno voluto ironicamente dedicare il volumetto.

Chiamate alle armi a parte, immediatamente dopo Ground Zero si verificò una repentina diminuzione delle scene di violenza e delle scazzottate tanto care al genere supereroistico. Alcune testate che avevano già imboccato una strada simile, accentuarono la loro connotazione non violenta: “Sento di aver avuto ragione a vedere gli X-Men come un'organizzazione di soccorso ed emergenza, qualcosa che avevo pianificato ancor prima degli avvenimenti dell'11 Settembre, quindi la decisione di adottare un tono più pacifista mi sembra corretta” dichiarò Grant Morrison a proposito dei suoi “E necessario un ritorno alla normalità” ha affermato molto di recente Mark Millar “altrimenti avranno vinto loro”. Millar mette in pratica subito il suo proposito, facendo saltare in aria il ponte di Brooklin in Ultimate War 1, in Italia sul numero 5 di Ultimates, edizioni Panini Comics. Tutto come prima? Beh, quasi. Se la morbosa attenzione alla sensibilità altrui e le forzature pacifiste hanno abbastanza velocemente abbandonato il mondo dei comics mainstream, rimane il rammarico per quello che poteva essere Authority: lo strano mix di politica, superterrorismo ed eroi no-global è andato perso con l’ultimo rilancio della testata, ad opera di uno sconosciuto dal cognome illustre, Rob Morrison, che ci offre un’interpretazione riveduta e (politicamente) corretta del superteam sovversivo. “Non credo che la recente incarnazione di Authority sia semplicemente censurata” ci spiega però Alessio. “Credo che sia un'altra Authority scritta da Rob Morrison che ha interessi e modi di intendere la sceneggiatura diversi da quelli di Millar, così come Millar aveva un diverso approccio rispetto ad Ellis. Già il fatto che una serie come quella di Engineer e soci sia stata ripresa testimonia il fatto che a livello di entertainment in America qualcosa è cambiato”. E Millar, colui che aveva dato inizio a tutto, come se la passa (ponte di Brooklin a parte)? Abbiamo già detto del suo rifugio alla Marvel, dove, tra i tanti progetti, ha iniziato a scrivere Ultimates, per tanti versi l’erede naturale di Authority. A un primo impatto, però, Ultimates sembra spoglio della carica critica della vecchia Authority: non mancano considerazioni anche acide sull’american way of life e sul mondo dello show business statunitense, ma la sensazione è quella di leggere un titolo di totale intrattenimento, privo del sottotesto eversivo con cui Millar riempiva le pagine del titolo Wildstorm. Ma di recente l’autore scozzese ha ricominciato a fornirci (gradualmente) la sua opinione nei confronti della situazione politica internazionale: sempre nella miniserie Ultimate War (Ultimates 5-6, Panini Comics) Millar offre ai lettori più smaliziati (e che siano a conoscenza del passato di militante di sinistra dello scrittore) un interessante parallelo mutanti/musulmani e una personale interpretazione della crisi relativa all’11 settembre, criticando velatamente la politica antiterrorismo degli Stati Uniti e il campo di “concentramento” per terroristi di Guantanamo Bay. “Millar e l’attuale dirigenza Marvel non sono favorevoli all’operato di Bush e alle sue volontà neo-colonizzatrici” puntualizza l’editor italiano di Ultimates Cristiano Grassi. “Basti pensare alla miniserie pacifista 411 (con contributi di Millar, Mack, Quitely, Bendis e dello stesso presidente Marvel Bill Jemas, ndA) che dovremmo vedere nel 2004”.

link utili

www.thehigherauthority.com le tavole censurate di Brave New World.

www.continuitypages.com/authority27.htm un interessante articolo comparativo sulle censure ai disegni di Art Adams.

www.geocities.com/Area51/Nebula/8650/terror.html il comunicato di Jim Steranko.

12 Settembre 2001

Abbiamo già detto come il mondo del fumetto rispose tempestivamente alle sollecitazioni dell’attentato, mettendo in moto la sua agile macchina produttrice a favore delle organizzazioni caritatevoli di raccolte fondi per le famiglie delle vittime. La prima casa a rispondere all’appello di aiuto della nazione fu la Marvel Comics, con una serie di iniziative benefiche partite immediatamente dopo la tragedia. La prima pubblicazione a fumetti dedicata all’11 Settembre, Heroes, ebbe un successo tale da aprire la strada ad altre iniziative simili, sia della Casa delle Idee, sia degli altri editori mainstream e indipendenti. Heroes è un agile poster book di 64 pagine venduto alla cifra ultra popolare di 3 dollari e mezzo, e si presenta con una cover a tinte accese della superstar dei comics Alex Ross. Uscito a meno di 5 settimane dall’attentato, l’albo ebbe un successo folgorante, grazie anche all’appoggio di una forte campagna pubblicitaria guidata dall’editor-in-chief Marvel Joe Quesada, ospitato sulle principali riviste, trasmissioni televisive e quotidiani nazionali. La prima tiratura di 100.000 copie fu esaurita lo stesso giorno dell’uscita, evento più unico che raro, e che costrinse la Casa delle Idee a contravvenire alla propria politica di non ristampare, per mettere in cantiere una seconda e una terza stampa, andate esaurite anch’esse nel giro di pochi giorni. Il contenuto di Heroes è però poco vario e articolato: l’albo ospita più che altro pin-up e piccoli racconti di una sola tavola, a causa della velocità con cui gli editor Marvel hanno imbastito i team creativi (di tutto rispetto: praticamente tutti i talenti presenti e passati della Casa delle Idee hanno in qualche modo contribuito all’iniziativa). Più che per originalità, Heroes spicca per la capacità di raccogliere il sentimento popolare degli statunitensi immediatamente dopo l’attentato. In definitiva, l’albo pecca anche di retorica e eccessivo patriottismo… difetti eccezionalmente perdonabili, date le circostanze e l’attenuante della beneficenza: si calcola una raccolta di fondi almeno 500.000 dollari, evento che fa di Heroes la più riuscita operazione di beneficenza di sempre, in ambiente fumettistico.

Successivo a Heroes è Amazing Spiderman 36, controverso numero della testata regolare dell’arrampicamuri, completamente dedicato all’attentato. Quale personaggio sarebbe più adatto dell’Uomo Ragno, nel raccontare le angosce e la disperazione di una città come New York, da anni teatro privilegiato delle scazzottate dell’uomo aracnide? Ma lo scrittore J. M. Straczynski fa di più, calando l’intero pantheon supereroistico Marvel nella tragedia, suscitando pareri contrastanti. Accolta favorevolmente dalla critica d’oltreoceano, la storia fu invece stroncata da più parti dai lettori europei, meno inclini a perdonare le eccessive cadute di stile e le esagerazioni retoriche (Destino e Magneto che piangono le vittime?) di cui l’albo è pieno. Ed effettivamente è difficile valutare positivamente la storia, che spesso indulge in osservazioni patriottiche che lasciano il tempo che trovano ( e che non rendono affatto giustizia alla memoria delle vittime). Ancora una volta lodevole l’intenzione, ma discutibile il risultato. In Italia la storia è stata pubblicata come speciale fuoriserie dal titolo L’Uomo Ragno: 11 Settembre 2001 (Panini Comics, marzo 2002).

L’ultimo degli albi benefici pubblicati dalla Marvel è A Moment of Silence, raccolta di quattro storie ispirate a fatti e personaggi reali (e quindi senza guest star supereroistiche), forse il contributo più maturo della Casa delle Idee alla causa delle vittime del WTC. L’albo, impreziosito dall’introduzione dell’uomo simbolo della Grande Mela nonché all’epoca sindaco della città Rudolph Giuliani, è completamente privo di dialoghi, una scelta singolare per sottolineare il cordoglio verso le famiglie degli eroi caduti.

E se la Marvel, scendendo in prima linea, conquistò un posto in prima fila nella raccolta fondi, e si assicurò un ritorno d’immagine non indifferente, la risposta della DC Comics non poté certo farsi attendere. La casa editrice della Aol/Time Warner mise in cantiere un progetto ciclopico: due paperback (in collaborazione con le altre case mainstream: Dark Horse, Image e la adesso defunta Chaos! Comics) per un totale di più di 400 pagine, a firma di praticamente tutti gli artisti del momento (e con molti interventi di penne meno famose, appartenenti alla scena alternativa statunitense). 9-11: Artists Respond è articolato in due volumi: il primo supervisionato dalla congrega di case “minori” (a cui si aggiungono celebri marchi dell’underground come Top Shelf e Oni Press) ospita decine di fumettisti indipendenti accanto a stelle mondiali di prima grandezza (qualche nome? Peter Kuper, Will Eisner, Dylan Horrocks, Frank Miller, Alan Moore) ed è riconoscibile per una splendida copertina di Eric Drooker, raffinato illustratore e fumettista del New Yorker; il secondo (di cui esiste una edizione italiana per la Play Press) è tutto patrimonio DC, e sfoggia i maggiori talenti della propria scuderia: Neil Gaiman, Brian Azzarello, Jeph Loeb, Jim Lee e tanti altri pezzi da 90, tra cui spicca (non certo per meriti artistici, come vedremo) Stan Lee (la rassegna si apre con una cover di Superman firmata dal solito Alex Ross). A dispetto della comune linea editoriale, l’eterogeneità dei due volumi si palesa fin dalle copertine: evocativa quella di Drooker, raffigurante una skyline quasi onirica di New York City, un po’ ruffiana quella di Ross, col superpupazzo di casa DC sbigottito dinanzi ai veri eroi dell’11 settembre. E le differenze continuano anche tra le pagine dei due paperback, distanti anni luce per sensibilità e personalità, qualità che sembrano appartenere molto più alla creatura Image/Chaos!/Dark Horse piuttosto che a quella DC. Il primo volume, infatti, raccoglie i personali punti di vista degli artisti coinvolti, ed esplora tematiche collaterali all’attentato in se (esemplificativa la storia della coppia Moore/Gebbie sul significato dell’informazione: This is Information); il secondo si allinea alle altre pubblicazioni mainstream, offrendo pochi guizzi e molte cadute di tono. Se infatti ripetere la solita solfa “I veri eroi sono la gente comune” può risultare noioso ma innocuo, preoccupa l’inserimento della storia di Stan Lee, che ci mostra (sotto metafora esopica) come sia pericoloso “disturbare” la potenza buona degli Stati Uniti, pena la distruzione totale. Una banalizzazione della pur spigolosa questione di cui tutti avrebbero fatto volentieri a meno.

link utili

www.authentichistory.com sito sulla cultura popolare americana: mantiene una copia degli articoli di giornale, delle vignette e dei fumetti in risposta all’11 settembre.

www.comics911.com il sito del volume 1 di 9-11 Artists Respond: contiene storie inedite non incluse nel paperback.

www.dccomics.com/features/911/911.html il sito del secondo volume di 9-11 Artists Respond.

Gli alternativi

Il weekend della seconda settimana di settembre del 2001 (14, 15, 16 del mese), doveva tenersi presso Bethesda, Maryland (poche miglia dal Washington, D.C.) la Small Press Expo, una convention per editori indipendenti che avrebbe ospitato molte firme illustri del panorama fumettistico underground americano. Quando la convention fu ragionevolmente cancellata, molti creativi si ritrovarono col week-end libero, a rimuginare sugli accadimenti del martedì nero. Jeff Mason, giovane e lungimirante proprietario della casa editrice Alternative Press, si mise in moto per raccogliere questi grandi e piccoli nomi della scena indipendente in un libro di dimensioni imponenti, dai proventi destinati alla Croce Rossa americana: “Ero preoccupato di come il libro avesse reagito alla prova del tempo” dichiarò Mason in un articolo giornalistico di inizio 2002 “volevo che la nostra antologia riuscisse a essere attuale anche a cinque anni dall’uscita. Così ho incoraggiato ogni artista a raccontare la propria storia nel modo più personale e soggettivo possibile”. 9-11 Emergency Relief centra in pieno l’obbiettivo prefissato, raccogliendo storie (in bianco e nero, con l’eccezione del contributo di Will Eisner) che esprimono i molteplici punti di vista dei personaggi coinvolti nell’operazione. Nomi noti come Jessica Abel (ArtBabe) e Jeff Smith (Bone), decani delle pubblicazioni indipendenti come i già citati Eisner, Kuper e Harvey Pekar (tornato di recente alla ribalta per il successo a Cannes del film tratto dalla propria autobiografia a fumetti, American Splendor), cartoonist del calibro di Frank Cho (Liberty Meadows), Ashley Woods (PopBot, Automatic Kafka, Ghost 2099) e Michael Avon Oeming (Powers, Bulletproof Monk), raccontano il loro impatto con l’11 settembre al pari di artisti meno noti (soprattutto in Italia) come Ted Rall (autore da sempre politicamente schierato su posizioni antitetiche a quelle dell’amministrazione Bush), James Kochalka (rockstar e fumettista talentuoso della Top Shelf) e Nick Bertozzi (una delle rivelazioni del panorama indipendente degli ultimi anni). Abbiamo chiacchierato con alcuni di loro, cercando di capire le loro opinioni sui presunti mutamenti nel modo di scrivere fumetti e l’influenza che l’11 settembre ha avuto sulle loro vite e sui loro lavori.

James Kochalka, eclettico disegnatore e musicista noto ai palati italici più raffinati, non è un artista newyorkese: abita nel Vermont, e ha visto l’attacco e le sue immediate conseguenze soltanto alla tv. In Emergency Relief ha raccontato della sua stupida reazione agli avvenimenti (pur di non pensare alla tragedia, James preferì vedere qualche replica di Bayside School), e di una patetica fiaccolata tenutasi quella notte nella sua città (“uno strano mix di zotici, ritardati e ragazzine”).

Cosa ti ha spinto a disegnare per Emergency Relief?
Le mie strisce in quel libro sono tratte dal mio diario/sketchbook. Tengo un piccolo diario sotto forma di comic strip ogni giorno, nel mio sketchbook. Quindi quelle striscie furono la mia reazione immediata all’avvenimento. E’ molto difficile descrivere le emozioni contrastanti che tutti sentivamo quel giorno, non sono neanche sicuro che quelle striscie gli rendano giustizia. Ma non sono il tipo da abbandonarmi nella disperazione più totale: non passò molto prima che iniziammo a scherzarci un po’ sopra, come quando mi bruciai la lingua col caffè bollente e imprecai contro Osama Bin Laden.

L’11 Settembre ha influito sul tuo lavoro?
Nei prossimi giorni (l’intervista è stata rilasciata alla fine dell’Agosto 2003, ndA) mia moglie farà nascere il mio bambino. In questo momento sto lavorando a un fumetto per un mio libro (Reinventing Everything) che spiega come l’attacco alle Torri Gemelle ha portato alla nascita di mio figlio. Penso che la gioia e la vita siano l’unica risposta sensata alla disperazione e alla morte. Reinventing Everything uscirà probabilmente nel 2004.
L’11 settembre ha veramente avuto una profonda influenza nei miei fumetti. Anche il mio fumetto di avventura per bambini, Pinky & Stinky, che parla di due porcellini che esplorano la luna, è stato influenzato dai miei pensieri sull’11 settembre, sebbene non in modo palese. Bisogna cercare le connessioni…


Credi che ci sia stata una riduzione nella libertà di espressione, nel mondo del fumetto alternativo?
Hmmm. Non saprei dire se ci siano stati cambiamenti nella libertà di parola nel mondo dei comics. Sicuramente ci sono stati nella vita reale, almeno nelle settimane immediatamente successive all’11 settembre. In particolare, io e i miei amici sentivamo di poter soltanto sussurrare il nostro dissenso verso le scelte del governo, mentre parlavamo in pubblico. Non solo per paura di una condanna da parte dei nostri compagni concittadini, ma anche perché se dicevamo qualcosa di veramente duro, non volevamo urtare la gente. Sapevamo che le persone erano emozionalmente fragili in quei giorni, così come lo eravamo noi. Comunque, adesso che è passato più tempo, più gente mostra liberamente il proprio disaccordo verso Bush e le politiche del paese.


Jessica Abel, scrittrice e disegnatrice di ArtBabe (in Italia pubblicato dalla Black Velvet):
In realtà vorrei lasciare il mio lavoro su 9-11 E.R. senza alcun commento, perché ho tentato in primo luogo di esprimere un sentimento impossibile da spiegare a parole.


Neil Kleid, scrittore e coordinatore di Emergency Relief, oltre a fungere le veci di editor per l’antologia, contribuì con una storia di dieci pagine, Letters from a Broken Apple. Nativo di Detroit, abita a Manhattan dal 1999, dove svolge il mestiere di scrittore di fumetti e graphic designer.

Raccontaci degli eventi che portarono alla storia scritta per Emergency Relief.
L’11 settembre fu un’esperienza umiliante per molti americani, penso. Per quel che mi riguarda, ho imparato il valore della vita e della VERA libertà. E’ un po’ scoraggiante realizzare che non c’è più alcun posto veramente sicuro. Non importa quanti soldati della Guardia Nazionale siano stanziati negli aeroporti e nelle aree pubbliche, un singolo uomo o una bomba al plastico possono lo stesso essere portati all’interno degli edifici, nelle metropolitane e nelle piazze. Prendiamo per esempio Israele: quanti bus e ristoranti sono stati compromessi, nonostante l’estesa occupazione militare? I terroristi hanno imparato come istillare la paura nel cuore della popolazione: non con dichiarazioni minacciose, ma costringendoci a guardarci continuamente le spalle e dubitare dei passeggeri che ci siedono a lato.
Ho vissuto l’11 settembre 2001 in totale e plausibile confusione. La maggior parte del tempo cercai di dare un aiuto, come fecero la maggior parte dei newyorkesi. Sembra che ogni persona pensi che New York sia un posto tetro, freddo e non accogliente, dove nessuno ti guarda negli occhi… beh, vedere dei perfetti sconosciuti aiutarsi l’un l’altro quella settimana mi ha mostrato che chiunque dica questo non ha la minima idea di quel che sta dicendo. Tutti eravamo soccorritori, eroi… potevi scavare, potevi fare dei sandwich, potevi donare il sangue, tutto pur di non star fermo. Fui un po’ urtato quando il sentimento del “buon samaritano” successivo all’11 settembre scomparve, per far posto al solito sguardo cinico. Ma l’ho rivisto durante il recente black-out
(Neil si riferisce alla recente crisi energetica che ha colpito il Nord-est Americano durante il ferragosto 2003, ndA), il fatto che la gente voleva aiutare il prossimo. Ribolle sotto la superficie, aspettando una crisi per affiorare.

E riguardo la libertà di espressione?
Libertà di parola? Credo che il problema sia più complesso rispetto alla semplice forzatura di una politically correctness. Dopo l’11 settembre ci fu una corsa precipitosa atta a rimuovere il World Trade Center e le torri dai film, dagli show televisivi e dai fumetti… come se non fossero mai esistiti, per “alleviare il dolore di una nazione”. Merdate. Questo è uno sputo nella faccia di ogni singolo uomo o donna morti l’11 settembre, di ogni soccorritore che ha faticato duramente e ha dato tutto se stesso quel giorno. E’ come tutti quelli che vogliono assicurarsi che nessuno dica qualcosa di offensivo a un dibattito politico, offendendo così questa o quella categoria di persone. L’11 settembre è accaduto, sfortunatamente, e nessuno potrà mai cambiarlo. Ma cancellare le torri dalle fotografie appese nel mio studio? Fanculo. Io c’ero. Conosco gente che ha perso la famiglia. Non mi comporterò come il coglione che a un funerale dice “Oh, so esattamente cosa state attraversando…” ma non sarò nemmeno quello che vuole piangere a tutti i costi.


David Larsky è un promettente disegnatore della scuderia Alternative Comics. Insieme a Greg Stump produce un albetto a fumetti, Urban Hipster, il cui primo numero è stato nominato agli Harvey Awards come miglior nuova serie nel 1998.

Cosa ti ha portato a disegnare per 9-11 Emergency Relief?
Dopo l’11 settembre 2001, era molto difficile per me disegnare qualsiasi cosa. Volevo disegnare qualcosa che riguardasse quell’evento, ma mi sembrava impossibile racchiudere così tanto in un fumetto. Alcune cose funzionano sotto forma di fumetto, certe altre no. Questa sembrava troppo grande per essere racchiusa in una pagina di fumetto.
Comunque, volevo fare qualcosa. Il mio editore mi suggerì di lavorare con uno scrittore per il suo libro di beneficenza, 9-11 Emergency Relief. Sono stato appaiato a Joyce Brabner, di cui ho ammirato per lungo tempo i lavori. Mi fidavo della sua abilità di scrittrice, e così fui lasciato libero di pensare esclusivamente a come la storia dovesse essere disegnata. Ciò rese qualcosa che mi sembrava impossibile in qualcosa di molto difficile, ma possibile da realizzare.


A. David Lewis è uno scrittore di fumetti, e pubblica per la Alternative Comics, la Third Eye Publishing e la Red Eye Press. Ma non solo: Lewis è il fautore del progetto SAC: ovvero Serious About Comics, una serie di ricerche accademiche approfondite sul medium fumetto. Pellegrinando per gli Stati Uniti e il Canada, tra la biblioteca della Michigan State University (“ha un’eccellente collezione speciale di fumetti e studenti ferrati sull’argomento” assicura Lewis nella sua home page) e il Dipartimento di Inglese dell’Università della Florida, Lewis partecipa ogni anno a decine di convention, discussioni e tavole rotonde sulle varie sfaccettature della nona arte. Lewis ha contribuito a Emergency Relief con la sceneggiatura una storia di 13 pagine: Alabaster Cities.

Credi che sia avvenuto un mutamento di sensibilità nel mondo americano del fumetto, in termini di libertà di parola, o altro?
Senza dubbio, l’11 settembre ha colpito i principali media di ogni tipo, e questo effetto ha avuto ulteriori conseguenze. E certamente il medium fumetto non fa eccezione. Per il dominante genere supereroistico, non solo la nozione di ciò che è bene o male, ma anche il significato della parola “eroe” e il modo in cui la fiction viene influenzata dai cambiamenti della vita reale sono stati completamente rivalutati. La distruzione apocalittica di centri abitati, per esempio, vero marchio di fabbrica dell’Authority di casa Wildstorm, adesso ha assunto un tono completamente nuovo. E la natura iconica e i temi patriottici di albi come Capitan America e Superman si sono complicati totalmente, entrambi influenzati dall’11 settembre e dalla conseguente guerra in Iraq (per non parlare dell’Afghanistan). New York ha solidificato, ancora una volta, la propria immagine di metropoli della scena mondiale, e quindi anche di ambientazione perfetta per i Supereroi Americani. Ma io penso personalmente che le accuse verso Authority – anche alla luce di tutti i dubbi sollevati riguardo le azioni del governo americano su scala globale, nel mondo “reale” – siano state francamente mal indirizzate. I temi “vandalici” di molti dei fumetti degli anni novanta sono stranamente scomparsi, e sembra che le maggiori compagnie non vogliano pubblicare qualcosa che possa assomigliare a una presa di posizione contro la guerra oltreoceano; invece di avere a che fare con la patata bollente dei problemi politici, molti artisti hanno rivolto le loro attenzioni (o si sono ritirati, dipende da che lato si guarda la faccenda) verso i racconti fantasy, fantascientifici, i viaggi del tempo e così via (un’eccezione potrebbe essere Thor, a ben vedere). Incidentalmente, credo, questa non si è rivelata una mossa totalmente negativa: ha portato – come nel ciclo dei Fantastici Quattro di Mark Waid, o a quello di Loeb/Lee su Batman – a un approfondimento della sfera personale degli eroi, delle dinamiche sociali del personaggi, approcci per lungo tempo sottovalutati.
Questo per quel che riguarda il mainstream. Per gli indipendenti, le auto-produzioni, i piccoli editori, credo che questo sia un periodo molto fertile e vitale. Certo, gli eventi dell’11 settembre furono terribili, così come la perdita di vite umane conseguente alla guerra oltreoceano. Ma hanno anche portato i punti di vista e le opinioni della gente a galla, in prima linea, carburante per una sterminata quantità di progetti di storytelling, sia di finzione che biografici. Stanno fiorendo delle idee, se possibile sui massimi sistemi, su argomenti astratti come l’autorità, la guerra, la natura umana, la cultura, o anche a livello più intimista, come la perdita di un caro, la famiglia, o più semplicemente l’amore. Molti scrittori indipendenti hanno già capito da qualche tempo che la realtà è più strana della finzione, e che l’America, con i suoi nuovi interessi verso i reality show e la copertura dei notiziari 24 ore su 24, è più predisposta a scoprire i loro lavori. Io non mi aspetto che questo trend scemi presto; per quanto un periodo come questo possa essere inquietante e disturbante, è anche un mezzo per le voci che vogliono farsi sentire nel campo della narrativa, senza limitazioni di sorta.

Spiegaci i momenti che ti hanno portato a scrivere per Emergency Relief.
Molta gente fece dei commenti riguardo quanto fosse surreale quel giorno, e le settimane successive. La frase pronunciata più spesso (e troppo semplicistica, secondo me) fu “Sembra una situazione uscita da un film” (e, analogamente a quanto ho detto sopra per Authority, non credo che questa frase rispecchi la realtà: non è per nulla comune vedere in un film un attacco di massa a una nazione, o a una città – a meno che non si stia parlando della Mordor de Il Signore degli Anelli, per esempio). Sicuramente io mi sentivo così, ma per me fu qualcosa di un po’ più profondo: Sentivo che sebbene avessi una strana e intricata rete di persone con cui stavo vivendo quell’evento non potevo in alcun modo creare una storia che fosse migliore di quella che la vita stessa aveva già provveduto a creare. Tutto, quel giorno, faceva parte di una storia, che io lo volessi o no. Forse questo è quello che il migliore degli scrittori autobiografici possa fare con qualsiasi giorno della sua vita, ma io me ne accorsi soltanto dopo aver riletto le note di riflessione che avevo preso, terapeuticamente, per tutto l’11 settembre. Come ho già detto, la realtà è più strana della finzione, e focalizzare gli eventi di quel giorno attraverso il prisma del fumetto mi ha aiutato a realizzare, insieme alle reazioni alla storia della gente che avevo attorno, che momento strano, terrificante e allo stesso tempo unificante fu quel giorno per così tanta gente.


Carol Lay è una cartoonist nata e cresciuta in California. Dopo una gavetta a disegnare fumetti di Barbie per la Mattel, è riuscita ad affermarsi come disegnatrice della striscia Story Minute, pubblicata negli States, ma anche a Hong Kong, in Giappone e in Norvegia. Ha pubblicato illustrazioni per i più famosi magazine e quotidiani statunitensi.

Cosa ti ha portato a scrivere per Emergency Relief?
Quando ho sentito che New York e Washington sono state attaccate l’11 settembre, mi piegai in due tenendomi lo stomaco, come se qualcuno mi avesse dato un pugno nella pancia. Mio marito era a New York per un’intervista di lavoro, e non sapevo in che parte della città fosse. In passato ha lavorato in tutti gli edifici che crollarono. Fortunatamente, era in una contea a nord di Manhattan. L’orrore dell’evento mi fece sentire inutile. A cosa poteva servire una disegnatrice, di fronte all’anarchia e alla follia? Pensai di abbandonare la mia carriera – che stupida vocazione – e di imparare un mestiere che fosse utile. Credo che molta gente si sentì allo stesso modo dopo, immediatamente dopo l’evento. Un paio di giorni dopo mio marito Allen, ancora bloccato a New York, mi raccontò al telefono una storia di un’amica che testimoniò al crollo della seconda torre. Ecco la storia:

Catherine salutò la sua bambina e scese alla fermata della metropolitana vicino a casa sua, a Brooklin. Era un giorno chiaro e limpido, un bel giorno a New York City. Un uomo stava ascoltando la radio, e le disse nervosamente che un aeroplano si era schiantato contro una delle Torri. Catherine si sentì malissimo, ma pensò, come ogni altro, che si fosse trattato di un incidente. Sulla metro per Manhattan rimuginava sui precedenti attentati alle Torri. Considerò la giornata particolarmente limpida e si convinse che l’aereo si fosse schiantato sulla Torre di proposito. Catherine disse agli altri passeggeri della notizia e delle sue conclusioni. Il treno stava andando verso una stazione che passava proprio sotto il WTC… dovevano uscire tutti da lì. I passeggeri si allontanarono, pensando che fosse pazza (la gente non parla molto in metropolitana, soprattutto in modo così animato). Cercò di convincere alcuni a scendere con lei alla prossima fermata, ma questi si allontanarono. Quando il treno si fermò, lei scese, fu l’unica persona a lasciare il treno. La fermata si trovava su una sopraelevata con una buona vista su lower Manhattan. Catherine vide la torre fumante. E vide, orribilmente, un aereo schiantarsi sull’altra Torre.

Appena sentita la storia, compresi che dovevo disegnarla. Esprimeva l’orrore e la paura che tutti sentivano. Aggiunsi una nota alla fine della storia: I passeggeri della metro pensavano fosse pazza, ma lei non lo era – il mondo era diventato pazzo. Disegnarla fu catartico. Non c’era altra cosa che avessi potuto fare. Qualche giorno dopo, un amico da NY spedì un’e-mail che gli era arrivata da una catena di amici. Una donna, Mavis Chu, raccontava del volontariato a Ground Zero, di preparare sandwich e ripulire scarponi e maschere ai pompieri. Descriveva la sua giornata in modo molto semplice, piccole storie di un’umanità che resiste unita al tetro ambiente che la circondava. Appena finito di leggere la sua testimonianza la contattai, per chiederle il permesso di disegnare quella storia. Lei fu d’accordo.
Le reazioni a quella striscia mi fecero capire che essere una fumettista non era proprio un lavoro inutile. Una donna mi scrisse del fatto che lo shock subito, quando vide gli aerei schiantarsi sulle Torri, non le permetteva di piangere, ma che leggendo il mio fumetto riuscì a sfogarsi e piangere, anche se era al lavoro. Quando il produttore di Emergency Relief mi chiese di collaborare, gli mandai entrambe le striscie che avevo prodotto. Scelse la storia di Mavis Chu. In seguito, quando la Biblioteca del Congresso chiese gli originali, avevo già donato le tavole a Mavis Chu, così donai gli schizzi.


L’11 settembre ha influenzato il tuo lavoro?
Il mio disinteresse per le storie comiche e di intrattenimento persistette per diverse settimane. Pensavo fosse più importante raccontare quel che stava accadendo. Quando più tardi si ritornò a un periodo di calma apparente, anche io tornai a presentare storie di intrattenimento.
Poi, più di un anno fa, il nostro presidente illegittimo iniziò a parlare di una possibile invasione dell’Iraq. Appena risultò ovvio che l’opinione mondiale non avrebbe fermato i nostri dirigenti dall’iniziare un’altra guerra, il mio interesse per l’entertainment diminuì nuovamente. La mia striscia prese prevalentemente la direzione della satira politica. L’11 settembre ha avuto un pesante influsso su di me e sul mio lavoro. Mi ha attivato – mi ha politicizzato. Mi arrivano lamentele da lettori che non vogliono più leggere storie sul triste stato della nostra nazione o del mondo – gente che vorrebbe che tornassi a raccontare storie comiche – ma devo deluderli. La mia mente non può semplicemente più rivolgersi ad argomenti leggeri e senza problemi.
Sono arrabbiata perché la follia del mondo ci ha toccati. Sono sbigottita perché il nostro governo vuole punire dei popoli poveri invece di aiutarli ed educarli. Detesto l’avidità del nostro paese. Siamo i prepotenti del mondo, e ne subiremo le conseguenze, quando verrà il tempo. L’11 settembre è stato l’avvisaglia di quello che può accadere, con le persone sbagliate al governo degli USA.
Questa rabbia è l’unica mia motivazione, adesso.


World War 3 Illustrated

Le reazioni degli autori di fumetti indipendenti non si fermano però con Emergency Relief. Oltre alle iniziative di beneficenza, infatti, gli artisti e gli intellettuali newyorkesi si interrogano sulla situazione politica internazionale che ha portato alla tragedia. E le voci scomode si fanno sentire, sebbene abbiano una cassa di risonanza non paragonabile alle grandi pubblicazioni mainstream.
Nata nel 1979 da un gruppo di artisti dell’area newyorkese, World War 3 Illustrated è l’organo di comunicazione privilegiato di fumettisti e artisti visuali schierati politicamente a sinistra, gli stessi che immediatamente dopo l’attentato puntarono il dito con insistenza verso le carenze dell’amministrazione Bush e della politica estera ritenuta troppo aggressiva. Seth Tobocman, agitatore politico e squatter di NYC, “pacifista, anticapitalista e antiautoritario”, co-fondatore della testata assieme all’amico d’infanzia Peter Kuper, nel numero 32 di WW3 Illustrated (interamente dedicato al crollo delle torri) offre una riflessione dura e oltranzista sulle colpe dei cittadini americani: in Not enough people have died, facendo uso di una tecnica grafica spartana, propone la fucilazione di qualsiasi persona abbia mai avuto a che fare con i terroristi (“Iniziando da Ronald Reagan”), arrivando all’estremo assurdo di uccidere tutti i cittadini americani che abbiano mai fatto uso dell’elettricità o si siano riforniti da una pompa di benzina. Eccessi parossistici che si scontrano violentemente con le altre iniziative a fumetti dedicate all’11 settembre, perlopiù storie emozionali e carenti di spirito critico. Gli altri contributi presenti nell’albo vertono comunque su tematiche non considerate dalle pubblicazioni mainstream, come la storia degli stretti rapporti di collaborazione tra Stati Uniti e Afghanistan (“Questa volta, stiamo per affrontare gli stessi ribelli che la CIA ha allenato e messo assieme nemmeno 5 anni fa” afferma il cartoonist Ryan Inzana) o riflessioni più o meno profonde sulla perdita di libertà. A queste storie radicali se ne intrecciano altre meno sbilanciate, ma comunque molto personali e mature (come i racconti di Peter Kuper e di Fly, artista e cantautrice newyorkese). Abbiamo raggiunto alcuni degli artisti coinvolti in World War 3 Illustrated 32, e abbiamo chiesto loro di riportare le loro testimonianze e analizzare il mondo dei fumetti (e il mondo in generale) dopo l’11 Settembre.

Fly vive (e occupa abusivamente) a New York dal 1990, dove alterna il suo lavoro di fumettista e illustratrice per riviste come The Villane Voice e Bikini a tour mondiali con la band God is my Co-Pilot, a esibizioni soliste di musica punk, attingendo a piene mani dal repertorio del suo ex-gruppo Zero Content. Il giorno dell’attentato era in bicicletta per la 6th Avenue, tra la gente terrorizzata (episodio che verrà narrato tra le pagine di WW3 Illustrated 32).

Quello che posso dire è che l’aria di New York mi fece così male dovetti lasciare la città per un po’. Fu un periodo molto intenso. Penso che molte persone ebbero veramente paura, e furono pronte a rinunciare alla propria libertà per lasciare che il “presidente” potesse proteggerli, ad esempio col Patrioct Act. Molta gente si sentiva completamente abbandonata, e molti artisti dicevano che i propri lavori non avevano più alcun senso. Ma io pensai che fosse dovere degli artisti cercare di mostrare cosa stesse veramente accadendo. Non era come lo ritraevano i notiziari mainstream. Ok, so di non star dicendo molto, ma non ho veramente il tempo di spiegare.


Mac Mcgill alterna la sua attività di disegnatore (per quotidiani come The Amsterdam News e il The City Sun) a quella, meno redditizia, di insegnante di Arte ai bambini del Greenwich Village Youth Council, in piena Manhattan.

Pensi che ci sia stato un cambiamento nella libertà di parola, nel mondo del fumetto alternativo (e nella stampa americana)?
Si, c’è stato un cambiamento… dopo il crollo delle torri, ci fu un’ondata di patriottismo in America. Bandiere dovunque… televendite in tv, ecc. Nuovi programmi con titoli come “America in guerra!”… il presidente Bush davanti alle rovine del World Trade Center che dichiarava vendetta (e che per la prima volta sembrava un minimo intelligente)…
Sembrava che se tu avessi messo in dubbio le decisioni del governo di combattere qualsiasi popolo che fosse percepito come nemico… saresti sembrato un traditore, agli occhi di tutti. I giornali di destra e le televisioni ebbero un’ impennata di vendite e di ascoltatori.
Ma credo che sia cambiato qualcosa, con le guerre in Afghanistan e in Iraq. Il pubblico americano ha sollevato delle domande difficili alle amministrazioni Bush e Blair. Dove sono le armi di distruzione di massa? Dov’è Osama Bin Laden? Che fine ha fatto Al Quaeda? Pensavamo che la guerra in Iraq fosse finita, ma adesso vediamo alla tv che ogni giorno qualche soldato americano viene ucciso. Il braccio destro di Blair ha dato le dimissioni! Si, la libertà di parola è sempre messa alla prova. Specialmente in questi tempi politicamente complessi. Ricordate quando l’America andò in Afghanistan… le proteste a New York (e in altre città americane), dove noi eravamo percepiti come traditori, perché contrari alla guerra. E la stessa cosa accadde quando Bush dichiarò guerra all’Iraq. Credetemi, non sono un fan di Saddam Hussein. Ma bombardare civili e distruggere l’infrastruttura di un intero paese è un po’ troppo. Perché? Perché abbiamo pensato fossero una minaccia, e l’America aveva bisogno di un nemico. Penso che la vera ragione fosse conquistare il controllo del petrolio Irakeno.
Credo che questi argomenti e questi interrogativi siano stati zittiti dai conservatori americani al potere.

Credi che l’11 settembre abbia influenzato il comicdom alternativo, in qualche altro modo (oltre alla libertà di parola)?
Per quel che riguarda l’ambiente fumettistico alternativo…non credo che esso esista veramente, almeno non più. O, forse, sono io a non essere più vicino all’ambiente. Voglio dire abbiamo World War 3 Illustrated… ma non conosco un’altra pubblicazione simile in tutti gli Stati Uniti. Ma devo ammettere di non leggere più molti fumetti. World War 3 Illustrated è la sola rivista per cui produco arte sequenziale…la maggior parte del mio lavoro concerne ormai in illustrazioni editoriali per libri e magazine (Tikkun Magazine, Seven Stories Press, ecc).

Puoi descrivere il momento che portò alla realizzazione di World War 3 Illustrated 32?
Nei giorni della tragedia del World Trade Center…mi stavo preparando per fare la mia prima conferenza con diapositive, al Theater for the New City (a Manhattan), ed ero molto nervoso. Seth Tobocman, l’editore di World War 3 Illustrated, mi aveva chiesto di partecipare. Il tema era “una serata di solidarietà multimediale, tra i problemi dell’America urbana e la ‘guerra dell’acqua’ Boliviana contro la Banca Mondiale”. Ma dopo il crollo delle torri, non riuscivo a pensare a nient’altro… la tragedia mi aveva sfinito. Ricordo quella mattina molto chiaramente. Stavo ascoltando la radio e annunciarono quel che stava accadendo. Salii sul tetto del mio palazzo (abito nel lower east side di Manhattan) e vidi la Torre a fuoco… era surreale. Non ci potevo credere. Scesi a passeggiare per il vicinato… sirene di polizia, ambulanze, gente sotto shock…una cosa che ricordo è come la gente fosse particolarmente gentile l’uno con l’altro, quel giorno.
E l’odore…ci fu uno strano odore nell’aria, che durò per settimane. Sembrava che tutti stessero aspettando che accadesse qualche altra cosa, e si sostenessero in attesa di un altro aeroplano in picchiata. Beh, chiamai Seth Tobocman e gli dissi di non poter fare quella presentazione con lui (era fissata per il 18 Settembre).
Tutto quel che riuscivo a pensare era che migliaia di persone erano morte, solamente a qualche isolato più in là. Questo è quello che mi sentivo di disegnare. Io, come qualche altro milione di Newyorkesi, sentii un profondo senso di perdita. E io, come molti altri newyorkesi, conoscevo qualcuno che quel giorno era morto. Seth fu d’accordo con me, perché anche lui riusciva a pensare soltanto alla tragedia. Una settimana dopo mi chiese di contribuire con una storia sull’evento… e uscì fuori che ero già al lavoro su “IX XI MMI”…non importava in quel momento se fosse stata mai pubblicata, era qualcosa che doveva uscire da me… spero che per voi abbia senso. Ho provato a catturare una completa visione degli eventi di quel giorno. Il mio fumetto cercava di catturare il dolore di un luogo sotto attacco, e la perdita e la disperazione che ne derivano. E’ un pezzo molto spirituale. La firma “missing” alla fine della storia è un riconoscimento a tutti i memoriali che comparvero per le strade della città dopo il disastro. E’ anche la sola parola della storia, non ho potuto trovare parole per raccontare i fatti come volevo. E’ come un documentario surreale.

L’11 settembre ha influenzato i tuoi lavori successivi?
Le mie illustrazioni hanno sempre preso spunto dalla realtà… di solito riguardano cose che succedono “in qualche altra parte del mondo”. L’11 settembre portò a casa gran parte del terrore che solitamente accade in qualche altro posto. Penso che questa sensazione mi fece disegnare ogni tavola come se fosse l’ultima. Mi ha anche reso più determinato nel far conoscere il mio lavoro, e a provare a essere un artista più indipendente. Voglio dedicare più tempo a seguire e a disegnare eventi reali. Credo che il mio lavoro si stesse evolvendo lentamente prima dell’11 settembre, e che questo evento abbia accelerato la passione per il mio lavoro.


Ward Sutton è originario di Minneapolis, e ha vissuto a Seattle fino al 1995, in piena era Grunge. Le sue illustrazioni e striscie hanno fatto il giro del mondo sulle pagine del The New York Times Magazine, del Rolling Stone, di Entertainment Weekly e di qualche altra mezza dozzina di giornali di prim’ordine. Cover Artist di gruppi del calibro dei Pearl Jam, Mudhoney e Phish, Ward abita dal 1996 a New York, dove ha fondato il suo Sutton Impact Studio, Inc.

Pensi che sia cambiato qualcosa, nel mondo del fumetto statunitense, in termini di libertà di parola?
Non credo che ci sia stato un gran cambiamento, per quanto riguarda la libertà di espressione nei fumetti. C'è stato - sia nel comicdom che in altri ambienti - un grande rispetto verso coloro che persero amici e parenti e furono colpiti. So che Ted Rall ebbe problemi per una striscia sulle vedove dell'11 settembre, ma oltre a questo non ho percepito grandi sconvolgimenti.

Hai notato altri cambiamenti?
Penso che molta gente fu spinta a far QUALCOSA in risposta all'11 settembre. Non credo però che queste risposte furono tutte artisticamente buone. Gli editori di fumetti mainstream, per esempio, fecero uscire albi dove i supereroi aiutavano a spostare le macerie a Ground Zero, ecc.
Credo che questa gente abbia scritto queste storie per i più buoni motivi, ma che il risultato non sia stato di buon gusto. Per quel che riguarda le striscie politiche, alcune reazioni finirono per diventare ripetitive e ovvie. Forse quel che si diceva era giusto, ma spesso non era realizzato in maniera interessante dal punto di vista artistico.
E' comunque difficile criticare: qualcosa deve essere giudicata bene soltanto perchè è stata prodotta per una giusta causa?
Comunque ci furono anche grandi storie molto ispirate sull'11 settembre.


Che puoi dirci riguardo a World War 3 Illustrated e al tuo fumetto contenuto sul numero 32?
WW3 è un magazine di fumetti politicamente schierati, ed è sempre stato attento agli eventi contemporanei. Dedicarne un numero intero all'11 settembre fu una scelta ovvia. Per quel che riguarda la mia storia contenuta nell'albo, sono stato ispirato dal modo in cui i media diventarono immediatamente senzazionalistici e istillatori di paura, dopo l'11 settembre.

Ultima domanda: il tuo lavoro è stato influenzato dagli eventi di Ground Zero?
Più che dall'11 settembre in se stesso, sono stato influenzato dalle reazioni del governo successive a quella data. Sono svisceratamente anti-Bush, e dopo l'11/9 ho deciso di non tirarmi mai indietro nell'esprimere critiche, e di provare a essere più diretto, arrabbiato e rude: proprio come mi sento in questi giorni.

link utili

www.indyworld.com/relief/ il sito di 9-11 Emergency Relief, con collegamenti a preview di fumetti apparsi sul volume.

www.waylay.com/Store/OrigPages/405.html e seguenti: le striscie di Carol Lay sull’11 settembre.

www.peterkuper.com sito personale dell’artista co-fondatore di World War 3 Illustrated. Contiene le istruzioni per ordinare l’albo e una lunga serie di illustrazioni ispirate all’11 settembre.

www.loc.gov/exhibits/911/911-comics.html tutte le acquisizioni della Biblioteca del Congresso riguardo l’11 settembre. Contiene Alabaster Cities di A. David Lewis, IX XI MMI di Mac Mcgill, Letters from a Broken Apple di Neil Kleid, e illustrazioni da 9-11 Artists Respond, Heroes, Emergency Relief e World War 3 Illustrated.

www.villagevoice.com/issues/0237/sutton.php Visitors di Ward Sutton, breve e feroce critica alle reazioni all'11 settembre.


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