DE TELEVISIONE

di Sheovan 

"Un anno giustissimo per chiudere tutte le rassegne di cinema, buttare tutte quelle stolide statuine di Oscar nella pattumiera, sarebbe stato il 1995, centenario della fantastica animazione delle riprese dei fratelli Lumiére".

Così ha scritto Guido Ceronetti su La Stampa. E Alessandra Comazzi, sullo stesso giornale, concordando in linea di massima con il giudizio del geniale scrittore torinese, ha rincarato la dose: "Anche il teatro e il melodramma, grandi generi popolari di un tempo, stanno ripiegandosi su loro stessi, divenendo elitari e riproducendo anche mirabilmente le idee del passato, ma senza riuscire a crearne di nuove e significative."

Sta succedendo lo stesso al fumetto? La nostra amata Nona Arte avrebbe fatto meglio a chiudere baracca e burattini nel 1996, quando ha compiuto cent'anni?

Sheovan non è così pessimista.

Si parla tanto di crisi del fumetto, ma se le vendite non sono certo quelle di alcuni anni fa, ciò non vuole certo dire che il medium si stia ripiegando su se stesso. E' in crisi un certo tipo di fumetto, quello basato sui grandi numeri, sugli autori macinatori di pagine. Certo, ci sono sempre autori, anche giovani, capaci di scrivere e/o disegnare un gran numero di pagine e mantenere un alto livello qualitativo medio, basti pensare a Lewis Trondheim, Tito Faraci, Brian Michael Bendis, John Romita Junior. Ma il classico fumetto a basso prezzo, letto per passare il tempo in treno mentre si va al lavoro o a scuola, sta tramontando. I lettori sono di meno e sono più esigenti (molti fumetti di discreto successo negli anni Settanta adesso non avrebbero più mercato), e più oculati nelle spese.

Meglio che escano solo due o tre storie di una serie all'anno, ma siano di livello eccelso, che pubblicarne venti, di cui magari due ottime, dieci discrete, cinque scarse e tre orribili.

Purtroppo, mancano gli editori in grado di gestire questo nuovo mercato, ormai di nicchia, ma capace sempre di vendite superiori a quelle della maggior parte dei libri di narrativa e saggistica. Mancano forse anche critici capaci di avvertire le novità quando si presentano: l'innovativo Witch della Disney Italia, autentica rivelazione del 2001, capace di vendere oltre 150.000 copie al mese, è stato subito notato dai lettori, ma solo molto dopo dagli addetti ai lavori.

Inoltre, la crisi di vendite fa sì che molti dei fumetti più interessanti vadano solo nei negozi di fumetti (o, a volte, nelle librerie "normali"), mentre il livello qualitativo dei fumetti da edicola (molto meno cari) scende vistosamente).

Anche la televisione soffre della stessa crisi: lo sport, i film, i serial più interessanti vanno sulla pay, mentre sulle reti generaliste imperversa la spazzatura (soprattutto nel prime time, dopo le 23 alcuni programmi guardabili ci sono).

Sheovan avrebbe quindi una proposta da fare al neo direttore di Italia Uno Luca Tiraboschi, in passato autore di fumetti: perché non fare un reality show tipo Operazione trionfo o Saranno famosi o il nuovo Superstar per lanciare nuovi autori di fumetti? Penso che il pubblico si sia stancato di vedere gente che canta e balla, e sarebbe interessante proporre ai telespettatori persone che scrivono, disegnano, si arrabbiano con i curatori di testata, si sentono creativamente frustrate dall'editore.


 

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