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UNA RIFLESSIONE SU WATCHMEN
di
Francesca Schicchera
Alan Moore ha più volte ripetuto nelle sue (rare) interviste che la reazione del mercato fumettistico a Watchmen fu deleterio.
Quello che doveva essere l'ultima parola sui supereroi ha finito per diventare modello di un'ondata di opere supereroistiche ad esso ispirato. Non si tratta di un fenomeno unico: lo stesso è accaduto e accade nel fumetto e in altri media.
La caratteristica di Watchmen e delle altre opere di cui si parla è quella di porsi come provocazioni definitive rispetto al patrimonio di forme e/o contenuti del medium al quale appartengono.
Sposiamo interamente le parole di Moore: "It's just a thing where anything that's good or original, it's probably bad news. It's going to doom you to ten or fifteen years of things that are neither good nor original" [1].
Ovvero: "È un dato di fatto che dove c'é qualcosa di buono o di originale ci sono probabilmente anche cattive notizie: una condanna a dieci o quindici anni di opere che non sono né buone né originali".
È chiaramente velleitario (come Moore stesso ammette) immaginare che Watchmen potesse porre fine ai fumetti di supereroi, o che qualsiasi opera abbia tanta forza da esaurire una tradizione ma non abbastanza per farsi plagiare: è un limite endemico d'altra parte, non dell'opera o dell'autore.
Chiamiamolo spirito di emulazione, vizio di mercato o come volete: soprattutto se ottiene un discreto successo un'opera di scarto si candida a essere nuova musa ispiratrice (o fonte di plagio). Altrimenti avrebbe probabilmente fallito nel ridefinire i canoni.
Si può uscire da questo circolo vizioso? È possibile evitare che casi eclatanti ed esemplari producano una serie di tentativi malriusciti di imitazione?
Se per Moore assistere al dopo Watchmen è stato come guardare al proprio nipotino bastardo e deforme la soluzione è trovare degli avi altrettanto bastardi e deformi, ma che nonostante questo possano essere nuovi punti di partenza tanto quanto i lavori descritti sopra.
Non si tratta di un manifesto programmatico: un esempio di tutto questo già esiste nei format porno su internet.
8th Street Latinas, Street Blowjob, Dirty Old Man, Socal Coeds, etc etc: ognuno di questi siti strilla di essere il solo e il primo nel suo genere. Telecamera nascosta, madri quarantenni, giovani collegiali, latine, asiatiche... Ognuno è la risposta all'altro per genere e protagonisti, ognuno è debitore all'altro: tentare di trovare un capostipite è fondamentalmente inutile, sono tutti lo stesso sito e ognuno di loro conserva la propria indipendenza.
Conservano l'originalità? Sono tutti variazioni su un tema, quello pornografico, è la loro unica comunanza. Sono validi? Hanno la seconda caratteristica indicata da Moore?
Probabilmente è proprio qui che superano la maledizione delle altre opere: sono validi, sono buoni siti finché replicandosi mantengono le caratteristiche originarie del porno: l'eccitare o infastidire gli spettatori. Come tutto il porno il loro senso è esattamente questo.
È fin troppo semplice: i difetti dell'emulazione nel porno si trasformano in pregi o cessano d'esistere. Al di fuori di esso subentra il concetto di fraintendimento: è stato frainteso Watchmen dai suoi epigoni, così come ogni opera che non viva di sola fruizione ha in sé un livello che non si può che tradire nel riproporre.
Se così fosse questa dei format porno sarebbe solo una provocazione: non si può tradire il porno. Di più, il porno non ha canoni, o ha un solo canone generale per cui in realtà i siti portati ad esempio ingannano solamente: non sono accumunabili a Watchmen come opere di scarto. In alcuni casi e vero: contrapporre asiatiche a latinoamericane non ridefinisce alcunché, ma spostare generi consolidati (nel settore s'intende) in contesti differenti ridefinisce parte dell'immaginario a luci rosse.
L'applicare ai medesimi modelli format diversi in qualche modo ne cambia i canoni estetici: l'equivalente contenutistico di questi siti sulla carta stampata sono una serie di scatti fotografici, dove è appunto solo l'oggetto fotografato a dare misura del genere. Manca una narrazione o è pretestuosa, mentre nei siti citati l'azione extra-pornografica è voluta e necessaria ed effettivamente slegata agli amplessi di sorta: una cornice assimilabile a quella dei documentari in cui oltre al filmato naturalistico vediamo la preparazione dell'impresa da parte dell'equipe (altrettanto documentaristica). Sono dei format, senza di questo non esisterebbero nemmeno.
È ancora Moore a cui guardare per fugare totalmente questi dubbi, e al suo Lost Girls. Esempio di porno non porno, di porto tradito o frainteso se volete. Per fortuna o sfortuna, per capacità o incapacità di Melinda Gebbie e di Moore (coniugi e coautori di Lost Girls) il loro fumetto va al di là della reazione fisiologica o di disgusto.
Dei canoni da cui scartare esistono quindi e il porno può essere preso in considerazione su indicazione stessa di Moore per unirsi alla sua riflessione iniziale.
′Ο μυθος δηλοι
Fonte: THE ALAN MOORE INTERVIEW - blather.net

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