Alanis Morissette, Alan Rickman e Kevin Smith



















DOGMA
la recensione

di Aragozzino 

Un ringraziamento speciale ai colleghi di ProGlo Kumagoro, Sheovan, Luca XX e il Pellegrino, per aver offerto alcuni importanti spunti di riflessione alla base di questo articolo.

Intro

Stati Uniti, inizio anni ’90. Mentre sulla west coast echeggiano gli ultimi boati del grunge, dall’altro capo del paese, a Red Bank, New Jersey (appena diecimila abitanti, una piccola comunità a due ore di macchina dalla Grande Mela) un ragazzotto venticinquenne, faccia simpatica e qualche chilo di troppo, decide di rimboccarsi le maniche e dare una svolta alla sua vita. Vende così la sua immensa collezione di fumetti, risparmia qualche spicciolo su dolciumi e sigarette e raccoglie abbastanza contante da affittare una troupe per girare un low-budget movie. Reclutati gli attori, in massima parte esordienti, e scritta di suo pugno la sceneggiatura, Kevin Smith, così si chiama il tipo, convince il titolare di un minimarket di Leonardo (un paesello vicino) a prestargli l’esercizio durante le ore di chiusura. Trovato anche il set, tutto è pronto per girare: nasce Clerks (id., 1994), pellicola in bianco e nero che mette d’accordo pubblico e critica, e si afferma a Cannes (dove vince il premio della settimana della critica) e al Sundance Festival del 1994, lanciando immediatamente Smith nell’olimpo dei registi indipendenti.

Stati Uniti, fine anni ’90. Di Kevin Smith non si può dir certo che abbia fatto poca strada. Nel suo curriculum altri due film dalle alterne fortune, Mallrats (Generazione X, 1995) e Chasing Amy (In cerca di Amy, 1997), con cui ha chiuso la Trilogia del Jersey (tutte e tre le pellicole, infatti, sono ambientate nella stessa zona: Clerks e Mallrats persino nello stesso giorno), e parecchie storie a fumetti, alcune con i personaggi dei propri film, altre con supereroi Marvel (la sua prima storia di DareDevil è datata novembre 1998). Smith ha in mano uno script, scritto da lui qualche anno addietro, ed è convinto di poterne trarre un buon film, adesso che ha i mezzi (economici) necessari per farlo. Fa un fischio a un paio di vecchi amici, Matt Damon e Ben Affleck (da lui lanciato in Chasing Amy), richiama all’attenti Jason Mewes, il Jay della Trilogia del Jersey, indossa il cappellino di Silent Bob e inizia le riprese.

Stati Uniti, 12 novembre 1999. Mentre qualcuno (pochi in verità) inizia a prepararsi per l’imminente fine del mondo di Nostradamusiana memoria, nelle sale americane esce Dogma, quarta pellicola di Smith, flagellata fino a quel momento da una serie di problemi dovuti alla distribuzione del titolo. Pare infatti che per alcune tematiche scomode non si riuscisse a trovare una casa disposta a distribuire la pellicola.

Italia, 27 giugno 2003: Dogma esce nelle sale italiane. Rileggete un attimo la data: 27 giugno 2003.
Cosa è successo nel frattempo?

Cecchi Gori, il Giubileo e tutto il resto

Il primo avvistamento italiano di Dogma si ha al TG1 nel 1999, durante un servizio di Vincenzo Mollica sul festival di Cannes di quell’anno. Presentato fuori concorso, il film non riscuote molto successo alla Croisette, e il Mollica si accoda alle critiche con una pseudo-recensione così colma di errori che chi scrive dubita persino che il giornalista sia stato presente alla proiezione. Dopodiché di Dogma si perde ogni traccia, almeno in terra italica. I fan di Smith (che, sebbene poco conosciuto, rimane comunque un regista di culto) attendono l’uscita del film per tutto il 2000, invano. Sul web le voci si rincorrono: Cecchi Gori avrebbe i diritti, ma non ha intenzione di distribuire la pellicola prima del 2001, sempre a causa delle presunte tematiche offensive verso la Chiesa Cattolica (nel 2000, ricordiamo, ricorreva il Giubileo). Complici le vicissitudini occorse al gruppo Cecchi Gori negli ultimi tempi, il film cade nel limbo della non-distribuzione, almeno fino all’estate del 2003, in cui fa capolino in alcune sale cinematografiche della penisola italica, distribuito dalla Eagle Pictures. Ma Dogma è davvero quel concentrato di cattivo gusto e blasfemia, come qualcuno ha voluto far credere?

Sinossi

Loki (Matt Damon) e Bartleby (Ben Affleck) sono due angeli esiliati, a causa di una vecchia ruggine con l’Onnipotente in persona. Asessuati come bambolotti, frustrati da millenni di permanenza nel Wisconsin, sognano un giorno di poter rimettere piede in Paradiso. Venuti a conoscenza della concessione di un’indulgenza plenaria (il perdono totale di ogni peccato) in occasione del varo della grottesca campagna pubblicitaria clericale “Cattolicesimo WOW”, decidono di approfittarne per riabilitare le loro fedine morali ed essere riammessi nel regno dei cieli. Quel che devono fare è semplice: recarsi a Red Bank, New Jersey ed entrare nella vecchia chiesa del Cardinale Glick, promotore del rinnovamento cattolico. Quel che non sanno, però, è che essi sono usati come pedine da forze oscure, che potrebbero compromettere il futuro dell'intera esistenza. Una combriccola di sbandati guidata da una donna in crisi di fede (Linda Fiorentino) viene incaricata dall’angelo Metatron (Alan Rickman), la voce di Dio, di fermare a tutti i costi i due angeli.
Il film si apre con la suggestiva visione del lungomare di Asbury Park (cittadina cara ai cultori della mitologia Springsteeniana) anche se presto l’azione si sposta verso il Wisconsin e l’Illinois, dove la storia prende la piega e il ritmo di un film on-the-road.
Pur non essendo parte integrante della Trilogia del Jersey, le vicende narrate hanno molti punti in contatto con le pellicole precedenti, ammicando di tanto in tanto ad avvenimenti occorsi nei film passati e riciclandone (come è abitudine di Smith) parte del cast: a partire dai personaggi-feticcio di Jay & Silent Bob (interpretato dallo stesso Kevin), passando per Jason Lee (presenza fissa dai tempi di Mallrats, qui nei panni del cattivo di turno), e chiudendo con i camei di Brian O’Halloran (presente in ogni pellicola Smithiana: Dante Hicks in Clerks, Gil Hicks in Mallrats, Jim Hicks in Chasing Amy... qui ritorna nei panni del giornalista Grant Hicks, cosa vi aspettavate?) e di Jeff Anderson (il Randal di Clerks).

Ciò che convince

Parte film horror e parte road-movie, tra la classica quest di stampo fantasy e la becera commediola americana anni ‘80, Dogma riesce a stupire per le svariate influenze incorporate, non ultima quella dell’universo fumettistico americano. I paragoni con Preacher (di cui Smith non fa mistero di essere un fan), infatti, sorgono spontanei: sia per i temi trattati, sia per come questi temi vengono sviluppati. Il film di Smith parte con le stesse premesse dell’acclamato serial di Garth Ennis e Steve Dillon: un uso anticonvenzionale delle figure bibliche, e, sotto metafora, un rilettura critica della Religione (le similarità con Preacher, a dirla tutta, non finiscono qui: ma per non rovinare la visione del film, lasceremo al lettore il gusto di scovarne altre).
Le due opere, però, portano a conclusioni antitetiche: Ennis mostra le incongruenze e le ingenuità di una fede cieca, abbonda di cinismo, rendendo Preacher un’analisi critica e spietata del Cattolicesimo. Poco o nulla si salva, alla fine.
Smith, a differenza di Ennis, non è ateo. E se la critica ad alcune abitudini tipiche dei cattolici più ferventi (e della concentrazione del potere temporale negli uffici del Vaticano) risulta, al pari di quella di Ennis, durissima, rimane comunque una fiducia e un ottimismo di fondo nei confronti della Religione, e un invito a non prendersi troppo sul serio.
Salta all’occhio, comunque, la mancanza del nome di Ennis tra i ringraziamenti dei titoli di coda: tra Alan Moore e Grant Morrison, Neil Gaiman e Matt Wagner, il nord-irlandese non avrebbe certo sfigurato. La presenza di Gaiman è, tra le tutte, la più giustificata. Le figure divine e mitologiche (Dio in primis) che popolano l’intreccio di Dogma, infatti, sono parecchio debitrici nei confronti degli Endless della saga di Sandman: Basti pensare alla delicata ingenuità di Death, o all'allegra vitalità di Delirio, chiaramente rintracciabili nella divertente interpretazione dell'Onnipotente offerta dalla cantautrice canadese Alanis Morissette (Ebbene si, Dio è canadese! Beh, almeno non è Bryan Adams). I riferimenti alla produzione di Gaiman non si esauriscono con questi omaggi a Sandman e Death: il film è senz'altro influenzato dal romanzo Good Omens, scritto a quattro mani dalla coppia Gaiman - Terry Pratchett, anch'esso incentrato sulla lotta tra figure divine e esseri demoniaci. Nel romanzo (del 1991) è presente Metatron, e i protagonisti sono una strana coppia (un diavolo e un angelo) impegnati a scongiurare l'Apocalisse, programmata per il successivo sabato sera. Come dire: Loki e Bartleby visti allo specchio.

L’alternarsi di scene drammatiche ad altre di grande comicità, e ad altre ancora d’azione, la commistione di sacro e profano, di citazioni bibliche e di strizzatine d’occhio ai film adolescenziali di John Hughes, potrebbe far pensare ad un pastrocchio malamente amalgamato.
L’alchimia invece è assoluta. Il ritmo è ottimo, i tempi sono quelli giusti, e il film funziona su un duplice piano: diverte (eccome), grazie alle gag di Jay e Silent Bob e dell’improbabile apostolo nero interpretato da Chris Rock, e fa riflettere più di quanto si possa credere... le stoccate vibrate alla Chiesa Cattolica e alle religioni in generale, infatti, non sono mere provocazioni, ma piuttosto critiche ragionate su alcuni aspetti della fede e dell’interpretazione della parola di Dio, mascherate da satira. Niente di blasfemo, insomma, ma soltanto alcune irriverenti riflessioni sui luoghi comuni del Cattolicesimo.

Tutto il film convince. I dialoghi, divertenti e sboccati, convincono. La storia, strampalata e irriverente, convince. I personaggi, logorroici e carismatici alla maniera di Smith, sono delineati benissimo. Linda Fiorentino, protagonista bellissima e altrettanto brava, è perfetta nel suo ruolo. In generale tutto il cast se la cava ottimamente: si tratta probabilmente del miglior gruppo di attori, tra tutti quelli avuti a disposizione da Smith... oltre alla Fiorentino (ammirata in Fuori Orario, in L’ultima seduzione o in Men In Black) citiamo in ordine sparso lo shakespeariano Alan Rickman (autore di una magistrale intepretazione del serafino Metatron), Salma Hayek (la sensuale vampira di Dal tramonto all’alba), Ben Affleck (Pearl Harbor), Matt Damon (Will Hunting, Il talento di mr. Ripley), Jason Lee (Almost Famous, Vanilla Sky).

Ciò che non convince

La fine del film è forse l’anello più debole: eccessivamente precipitosa e un pò confusa, anche se non mina affatto la godibilità della storia e non abbassa di molto la media qualitativa, che rimane molto alta. Di certo, Smith ancora una volta dimostra di saper maneggiare a dovere caratterizzazioni e dialoghi, e un pò meno intreccio e battute finali delle sue opere.
Sorvoliamo poi su una leggerezza dell’adattamento italiano, che vuole Silent Bob tradotto impietosamente come Zittino Bob. Molto meglio lasciare il nome originale, come già fatto nelle precedenti pellicole, o al massimo utilizzare Bob il silenzioso, come fu fatto in occasione di Clerks.
Altra nota negativa la mancanza del divertente disclaimer che nella versione originale invitava gli spettatori a non predersela troppo per le “irrispettose” idee contenute nel film.
Dispiace un pò, infine, per l’eccessivo ritardo nella distribuzione.

Curiosità

Smith sembra far un pò di confusione, nell’assegnare i nomi agli angeli che compaiono nel film.
Matt Damon, angelo della morte, avrebbe dovuto logicamente chiamarsi Azrael (ovvero il corrispettivo angelo della morte giudaico/cristiano). Invece, Smith dirotta questo nome al demone intepretato da Jason Lee, scegliendo per Damon l’appellativo di Loki, come il signore degli inganni della mitologia nordica. Il cherubino Ben Affleck porta il nome di Bartleby: probabilmente questo deriva dall’omomimo racconto di Herman Melville (il creatore di Moby Dick). L'accostamento, sebbene i personaggi abbiamo molte cose in comune (entrambi scrivani, o comunque impegnati in compiti burocratici), avviene quasi per negazione: il personaggio di Affleck sceglie di ribellarsi a Dio in nome del libero arbitrio, quello di Melville, invece, agisce per inerzia, e la sua ribellione non rivendica nulla, non vuole nulla. Uno agisce per tornare a casa, l'altro rifiuta alloggio da un avvocato che aveva pena di lui: entrambi andranno incontro ad una fine tragica.

Prima di concludere, è doveroso citare il volumetto a fumetti Chasing Dogma, vero e proprio trait d'union tra gli avvenimenti di Chasing Amy e quelli di Dogma. Lungi dall'essere un semplice tappa-buchi-di-continuity,la miniserie (sempre scritta da Smith) è impreziosita dagli splendidi disegni di Duncan Fregedo, e narra le avventure al limite del paradosso di Jay & Silent Bob, fino ad un attimo prima della loro entrata a effetto in Dogma. Alcune delle situazioni narrate nel volume (di cui esistono due edizioni italiane: una in bianco e nero per la Macchia Nera, e una a colori per la Lexy) verranno riprese da Smith nel suo film successivo (e ultimo della Jersey Saga) Jay & Silent Bob Strike Back (Jay & Silent Bob: fermate hollywood, 2001), distribuito in Italia precedentemente a Dogma, nell'estate del 2002.

Conclusioni

L’opera più ambiziosa di Kevin Smith, l’unica in cui si discosta dai suoi temi favoriti (sesso e dinamiche di sopravvivenza della MTV generation) a favore di altri più impegnativi, come il Culto e il rapporto dell’umanità con esso, si incasella sicuramente tra i sui lavori più riusciti, pur non riuscendo a raggiungere i brillanti risultati di Clerks. Dogma sancisce la definitiva consacrazione di Smith a regista e sceneggiatore capacissimo, a tratti geniale.


 

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