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IL PENSIERO ESCATOLOGICO DEI PUFFI
di
Francesca Schicchera e Raffaele Ventura
il presunto autore nega di avere qualcosa a che fare con questo articolo delirante, e attribuisce ogni responsabilità a Francesca Schicchera, che si nasconde dietro un pietoso velo di vigliaccheria. (R.V.)
l'autore rinnega l'attuale stesura di questo articolo, la cui carica eversiva e' stata filtrata dai rimaneggiamenti deliranti di Raffaele Ventura, che si nasconde dietro un pietoso velo di burocratica vigliaccheria. (F.S.)
Siamo entrambi prestanomi, ma teniamo famiglia
La redazione di ProGlo declina ogni responsabilità
"Les schtroumpfs? Ne soyons pas ridicules ! les schtroumpfs n'existent pas ! " Claude Lévi-Strauss, 1971
Questo articolo prende spunto da una profonda insoddisfazione di fronte alla tradizione delle analisi del fenomeno della puffità, tutte egualmente concentrate su aspetti marginali del problema, e quel che è peggio pretestuose giustificazioni di teorie di ogni sorta : abbiamo quindi potuto assistere ad approcci marxisti, semiotici, psicanalitici, ecologisti, ecc. Non è stato mai però discusso quello che ci sembra essere il fulcro di ogni riflessione su questo fenomeno culturale, ovvero la costituzione del paradigma metafisico nel quale agiscono i puffi. In questo caso, la nostra intenzione è cercare di metterlo in evidenza affrontando la dimensione del pensiero escatologico nella concezione mitico-simbolica dei puffi. Ci troviamo quindi, di partenza, di fronte ad un paradosso (non comune soltanto alla puffità): la coesistenza tra un pensiero escatologico ed una concezione della realtà astorica, come quella dei puffi indubbiamente è (ma su questo ritorneremo). Dobbiamo quindi innanzitutto prendere coscienza dell'aporia verso la quale andiamo incontro nel cercare di definire un determinato ambito culturale diverso dal nostro applicandogli però categorie conformi al nostro modo di pensare : partendo da una concezione escatologica come quella cristiana (che soggiace a quella della modernità nel suo positivismo dialettico) risulta difficile parlare di un "pensiero escatologico puffo", dato che il modello di escatologia al quale ci riferiamo è per forza "storico". Come concepire infatti una teoria della finalità che non presupponga uno storicizzarsi del mezzo? Si tratta, evidentemente, della problematica che dovremmo risolvere, mantenendo un equilibrio tra lo sguardo soggettivo che rischia di ricondurre ogni modello al proprio, ed uno sguardo che invece, perdendosi nell'alterità dell'oggetto contemplato, dimentichi se stesso e non riesca ad esprimere quest'alterità perché ne è stato inghiottito. Il problema si mostra come vero e proprio ostacolo pratico: nell'usare la nozione di "escatologia" dobbiamo riferirci ad un essenza astratta da numerosi singolari empirici; ma in base a quale criterio scegliere questi singolari? La definizione stessa del termine potrebbe già, a priori, escludere la puffità dal campo d'indagine (se i singolari fossero astratti da manifestazioni della nostra cultura); ci troviamo intrappolati, ancora una volta, in un circolo ermeneutico dal quale potremmo uscire solo con un'attenta analisi del fenomeno della puffità e del suo paradigma concettuale. Si tratta quindi, innanzitutto, di verificare in che misura il pensiero escatologico non possa conciliarsi con la metafisica dei puffi, ed in seguito correggere quelle che possono essere state delle derive dettate da un approccio ciecamente assolutista ed etnocentrico, e proporre le modalità di un'escatologia puffa, e quindi di una nozione di escatologia che comprenda il fenomeno puffo.
Il puffo, lo abbiamo detto, vive al di fuori dalla storia. La sua esistenza è condizionata dalla ciclicità della natura, e vi è un'inconciliabilità di fondo tra natura e storia. L'astoricità dei puffi si manifesta in una concezione del mondo che non ha né inizio né fine, ma è eterno (vi è semmai una fine individuale, ma la morte è culturalmente assente: la cultura puffa condivide l'opinione lecita di Borges, secondo cui dovremmo preoccuparci di ciò che accadrà dopo la morte tanto quanto -se non meno- di ciò che ci e' accaduto prima di nascere). Non solamente questo mondo è immutabile ed eterno, ma lo è in una perfezione che non lascia ipotizzare al puffo un "prima" o un "dopo" migliori (ideali). Senza almeno uno di questo poli, non esiste storia; perché la storia è innanzitutto storicizzarsi di polarità di valori: la storia cristiana è la promessa (incarnatasi in Cristo) del ritorno ad una dimensione ideale (Dio come fine della storia, la storia come teofania), così come la storia positivista della modernità è la progressiva negazione della natura da parte della ragione, fine, mezzo e promessa di un mondo migliore. Il punto di partenza della storia è che ci sia una caduta, nel senso opposto alla quale ci si dirige: questa caduta è la natura, appunto, ed in questo si manifesta la sostanziale opposizione tra natura e storia. Il puffo, al contrario, vede nella natura così come si manifesta la perfezione già realizzata, e non può quindi dipanare la propria coscienza in un divenire storico. Si potrebbe dire che la società puffa è l'Eden in sé, se non fosse che, curiosamente, essa è, per l'appunto, una società: la società è già, in una certa misura, correzione della natura, e quindi principio storico. Si può rispondere a questa obbiezione notando che pecca di antropocentrismo, tralasciando le numerose strutture sociali naturali, per esempio le api (ed a volere proseguire questo discorso bisognerebbe riconoscere un'ossimorica "storia della natura" che è l'evoluzione, attraverso la quale la natura nega se stessa: ma questo significherebbe allontanarsi dalla prospettiva puffa di una natura sempre identica a sé, sempre perfetta in ogni momento: i puffi ignorano Darwin). Ricondurre il puffo all'Eden significa ricondurlo ad una pre-natura che non gli è propria, e confondere il messaggio della filosofia puffa: il puffo non vive in un mondo ideale e paradisiaco; è il mondo che, nel modo in cui è vissuto dal puffo, diventa ideale.
Qual è il senso quindi di un'escatologia puffa, nel suo totale appagamento nella realtà come si presenta, hic et nunc ? Come concepire un'escatologia che non si fondi su una concezione storica, che non rappresenti il fine metafisico della dialettica del divenire ? Ogni storia è promessa escatologica, perché si ordina attorno ad un punto di fuga, un fine che le dà senso, ed ogni escatologia è storica, perché presupporre un fine significa stabilire una tensione verso di esso, che è la storia. Il puffo non ricerca nessun al di là storico perché la sua è una fusione totale con il presente nella sua eternità : l'immortalità esiste nella stessa realtà della natura, con la quale il puffo si fonde, non è promessa metafisica. Appare chiaro a questo punto del discorso che già in partenza siamo partiti da una nozione di escatologia che è quella del nostro modello culturale (la "cultura della storia" per eccellenza, il cristianesimo ed il suo avatar, la modernità), che quindi già include la necessità di un suo dipanarsi storico: abbiamo fatto ciò che ci eravamo promessi di non fare, ma che era, paradossalmente, necessario, siamo cioè partiti da una concezione a priori dell'escatologia, precludendoci qualsiasi possibilità di coesistenza tra pensiero astorico ed escatologico. Quello che è stato descritto è il pensiero escatologico di una società storica; il puffo, questa è la nostra tesi, agisce all'interno di un sistema escatologico di diverso tipo, non riconducibile agli schemi ai quali siamo usi. L'insieme delle rappresentazioni che il mito, le religioni o altre forme di pensiero hanno elaborato sul destino ultimo dell'uomo e del mondo può manifestarsi anche in prospettiva astorica, come nel caso dei puffi. Essi vivono in una realtà' cristallizzata al parossismo, tanto che la socialità' stessa e' fissa : c'è il puffo cuoco, il puffo spazzino, ecc. Quest'immobilità corrisponde ad un sincretismo armonico con la natura stessa, eternamente immobile e perfetta. Scriveva Rousseau (secondo Discorso) : "Lo spettacolo della natura [...] gli [al puffo] è familiare: è sempre il medesimo ordine, sempre i medesimi rivolgimenti[...]. La sua anima, che non è turbata da nulla, si abbandona al solo sentimento della sua esistenza attuale senza nessuna idea dell'avvenire[...]"). Eppure, i puffi hanno un pensiero escatologico, in questo caso derivante dalla continua esperienza mistica, come in un excessus mentis permanente che li fa dialogare in qualsiasi momento (ovvero, senza trovare straordinario tale fatto) con madre natura e padre tempo. Il loro pensiero escatologico non può che essere un tutt'uno con la loro quotidianità. Il mito, nella società' puffa, perde il suo carattere straordinario per assumere una connotazione casalinga (o funghesca). L'escatologia puffa e' oggi sublimata a tal punto che per noi diventa difficile riuscire a coglierla come tale: eppure, rispetta perfettamente l'esigenza della ricerca delle finalità ultime che è il fulcro del pensiero escatologico. Bisogna ammettere che la tensione finalizzante non è soltanto realizzabile nel divenire storico, ma anche (ed è il caso dei puffi) in un interfacciamento "magico" con la realtà, un approccio di panteistica contemplazione nei confronti della natura come universo simbolico. È in questo caso interessante notare come l'analisi che fa Umberto Eco del linguaggio dei puffi (in Sette Anni di Desiderio), lo porti a stabilire un analogia tra questo ed il loro universo psicologico: "l'usare una sola parola per tante cose non li indurrà a vedere le cose, tutte, unite da una strana parentela?[...]questo conferirebbe ai puffi un contratto più profondo e ricco con la totalità delle cose[...]?". Dobbiamo però evitare d'identificare l'escatologia puffa con un idealismo platonico (riconducendo, di nuovo, il problema a modelli fondanti del paradigma nel quale agiamo): l'escatologia puffa non è la costituzione epistemologica dello strappo tra la realtà e la dimensione ideale delle verità ultime. Perché, appunto, tale strappo non esiste per i puffi. Immuni alla tanto denunciata illusione metafisica (che riduce la realtà ad illusorio simulacro di un ipotetico mondo di idee, regno del vero, del bello, del bene), i puffi non concepiscono una "realtà altra" da preferire a quella dove essi vivono. L'escatologia non implica una distinzione tra realtà e idealità, anche se e' ovvio che in una società storica il pensiero escatologico si ponga in questo dualismo e lo storicizzi; ma se parliamo dei puffi abbiamo a che fare con dimensioni che compenetrano fisica e metafisica nella realtà stessa. Nello stesso modo, l'uomo del paleolitico (se seguiamo la tesi dell'Hauser nella Storia sociale dell'arte) "probabilmente non credeva negli dei, ne' nell'aldilà, ne' in alcun genere di sopravvivenza": eppure, la società paleolitica e' profondamente magica proprio per questo. L'approccio alla natura come universo significativo simbolico (epifania di significati e fini) da parte del puffo non necessità alcuno storicizzarsi. Il pensiero puffo è posto di fronte ad una natura pregna di significato, e proprio per questo già ideale, perché realizza in sé il fine che promette. I fini ultimi si manifestano spontaneamente per il puffo, e nello stesso modo, simultaneamente, si realizzano. Solo affrontando il paradigma concettuale della puffità da un punto di vista escatologico ci si rivela una concezione così lontana dalla nostra da far vacillare la nozione stessa di escatologia, rivelandoci appunto il paradosso di un escatologia della sincronia ontologica di cosa e significato, fine e mezzo, realtà e idealità. Parlare di astoricità, a questo punto, risulta essere un modo superficiale di non affrontare il problema: sarebbe più opportuno di parlare di un "grado zero della storia", per esplicitare che, se la storia è tensione tra realtà/natura e idealità finale, la totale sovrapposizione di queste riduce la storia ad uno zero (cioè la sua distensione è nulla). Nella società puffa ogni momento è l'eschathon, così spontaneamente che non c'è più neppure bisogno di una storia che vi si diriga.
Il puffo si manifesta come personificazione del sogno romantico, modello della ammirative descrizioni che degli uomini primitivi (così vicini alla natura ed alla sua ricchezza simbolica) si faranno da Vico a Rousseau in poi. Non solo: il paradigma della puffità mostra un alternativa ad ogni dualismo metafisico, in un modello perfettamente coerente nella sua organicità. Ma il puffo non può essere metafora o modello di ciò che l'uomo vorrebbe essere: come ogni fenomeno, esso si presta a qualsiasi interpretazione, e, come ogni fenomeno, vi sfugge, proclamando la sua libertà rispetto ai modelli concettuali nei quali si vorrebbe inserirlo. Un puffo è un puffo è un puffo.

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