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AKIKO ON PLANET COMICS
di
Kumagoro
Akiko
di Mark Crilley è, come si suol dire, "una storia per
tutte le età". Un indipendente americano strettamente
connesso all'humus vitalissimo delle autoproduzioni (o ex-tali)
realizzate nel corso dell'ultimo decennio da un gruppo di giovani
talenti emergenti capitanati da Jeff Smith.
E sebbene Bone rimanga molto distante da
Akiko sia come soluzioni grafiche che come complessità narrativa,
è possibile individuare un motivo di sicuro fascino nel suo
scenario al confine tra "Star Wars" e "Alice in Wonderland"
e nella sua iconicissima protagonista a metà strada tra Tin
Tin e la Dorothy de "Il Mago di Oz".
Forse la finta semplicità dell'intreccio, la facilità
con cui Crilley lo fa scorrere, oppure il cast ricco e riecheggiante
(eppure mai troppo scontato: un incrocio tra Han Solo e Long John
Silver, un logorroico balanzone, un droide che pare uscito da Roborally,
un pacioccoso quanto inquietante smile alieno, un perfetto petit
prince).
Akiko è una bambina giapponese che
si ritrova catapultata su Smoo, pianeta alieno dai bizzarri abitanti
e inserito in una galassia che si dimostra ancora più bizzarra
e sorprendente. Le sue avventure, colme di un sense of wonder palpabile
ma non prive dei loro momenti di poesia, la porteranno a visitare
i luoghi più disparati, secondo un plot collaudato ma che
non esclude sempre nuove possibilità. Un Manabe anglosassone
che sembra aver letto molto Terry Pratchett.
Prima di fare il fumettista, Crilley ha girato il mondo (Giappone
incluso), e si vede. Ma non dobbiamo aspettarci un tratto influenzato
da chissà quale scoperta culturale e deculturalizzante: il
suo design è invece universale, posto al di sopra di ogni
prospettiva localistica (mentre Bone è al contrario terribilmente
americano concettualmente e terribilmente disneyano graficamente).
Crilley è il Saint-Exupèry del fumetto.
La serie di albi di Akiko (cominciata nel 1996 dopo il successo
della graphic novel "Akiko on Planet Smoo"), pubblicata
dalla piccola editrice americana Sirius, si rivela notevole anche
al di là del valore del fumetto stesso. La cura posta da
Crilley nella sua realizzazione è encomiabile, dalla puntuale
gag inventata per ogni disclaimer, alla back cover sempre molto
indovinata.
In particolare, leggendo la pagina della
posta di ciascun numero ci si accorge che il mondo degli indies
appare come un'oasi in un deserto marcescente. Per quanto possa
anche essere tutta apparenza e finzione, l'idea che un lettore italiano
si può fare è quella di un ambiente in cui gli autori
si rispettano e sono amici (i famosi 1000 autori che si comprano
le 1000 copie dei loro 1000 fumetti l'un l'altro?), si mandano commenti,
apprezzamenti e pin-up l'un l'altro (in ogni numero di Akiko c'è
almeno un disegno dedicato da un "collega"), organizzano
tour collettivi e jam session alle convention.
E tra i tanti nomi comparsi, citati e/o omaggiati da Crilley spiccano
Scott McCloud (che pare essere un suo grande estimatore), Terry
Moore, Charles Vess, Stan Sakai, Paul Smith (rilanciatissimo con
Leave It to Chance).
Poi, tutta una serie di "pals" più o meno noti,
quali Tavisha Wolfgarth (Reality Check), Linda Medley (Castle Waiting),
Jill Thompson (Scary Godmother), Jason Asala (Poe), Scott Roberts
(Patty Cake), Andi Watson (Skeleton Key), Walter S. Crane IV (Sheba),
John Peters (Forty Wink), Dave Roman (Quicken Forbidden), Billy
Martinex (Wildflower), Levi Krause (Levi's World), Pam Bliss (B-36),
Jay Hosler (Cow-Boy).
E naturalmente il padre-di-tutti Dave Sim, vero nume tutelare per
chiunque voglia impugnare la matita e inviare il proprio personale
grido di indipendenza alle majors.
Tutti questi autprodotti e queste piccole etichette riescono a sopravvivere
in USA quando in Italia perirebbero, malgrado il mercato americano
sia in collasso perpetuo da anni. I motivi sono numerosi ma in definitiva
piuttosto semplici: vendita diretta alle decine di fiere, basso
costo della carta grazie alla stampa canadese, possibilità
di rivolgersi al mercato internazionale (anche poche centinaia di
copie vendute in Europa aiutano a raggiungere l'accessibilissima
soglia di pareggio). Le piccole produzioni italiane non possono
invece rivolgersi ai mercati stranieri (lo fanno solo i No Words,
per ovvi motivi).
E Akiko, ad esempio, sembra vendere bene all'estero, visto le lettere
provenienti da Inghilterra, Germania, Scozia, Olanda, Svezia, Italia,
Jugoslavia, Sudafrica, Spagna, Uruguay, Brasile, Porto Rico e Australia.
Ma c'è dell'altro nella pagina della posta: dialogo intelligente.
Sarà il fatto di scrivere all'autore e non a un editor, ma
le lettere degli albi americani di questo tipo (e di Akiko in particolare)
non si dividono come gran parte delle nostre in vuote smancerie
o lamentele inconcludenti. Crilley intrattiene coi lettori il rapporto
più stretto che abbia mai visto.
Il suo approccio alla pagina della posta è "Bene, gente,
come lo vogliamo scrivere questo fumetto?". Gi vengono inviate
critiche e richieste, gli vengono proposte questioni e offerti punti
di vista. Lui accetta e assimila tutto, persino i consigli su come
gestire la grafica interna. I lettori discutono con lui su come
risolvere alcuni dilemmi morali di cui non si era accorto e come
impostare la scansione narrativa (citando addirittura Understanding
Comics!) e il fondamentale problema del "passo" ("pace")
della serie (brevi autoconclusivi contro lunghi story-arc).
Viene addirittura risolto l'annosa questione riguardante l'interpretazione
delle intenzioni dell'autore: gli vengono segnalate simbologie a
cui non aveva assolutamente pensato, e Crilley risponde: "Ehi,
è vero, hai ragione! Io non avevo minimamente considerato
questo aspetto della faccenda. La tua interpretazione non mi sfiorava
nemmeno, però funziona meglio della mia. Quindi hai ragione
tu".
Insomma, contro tutte le bad girls poppute e i cloni di Lara Croft
che imperversano senza tregua, si staglia una bambina che ha dalla
sua la potenza dell'immaginazione e della semplice realtà.
Perché Akiko è soprattutto una bambina che sogna;
nel suo desiderio di evadere dalla noia del quotidiano, forse non
fa altro che addormentarsi durante le ore di lezione e sognare i
suoi amici del pianeta Smoo. Lo abbiamo fatto tutti, no? L'unica
differenza è che i suoi mondi di sogno sono molto più
reali.
La back cover del celebrativo n.25 ritrae Akiko e lo strambo alieno
fluttuante Poog fermi a una curiosa fermata d'autobus nella foresta.
Le indicazioni sul palo sono scritte in giapponese, sta piovendo
e Akiko si protegge con un ombrello rosso.
Sotto la firma, in piccolo, si può leggere "with apologies
to Hayao Miyazaki".
Certo che se ci fossero molti più
Alan Moore il mondo del fumetto ci guadagnerebbe. Ma anche soltanto
qualche piccolo Mark Crilley male non farebbe.
Coordinate:
Akiko (Sirius 1996)
di Mark Crilley

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