UN DEVILMAN CHIAMATO MAZINGER

di Garion 

L'idea che sta alla base di Mazinsaga è decisamente interessante: riproporre un'icona del calibro di Mazinger Z allo smaliziato pubblico degli Anni '90. Detto in questo modo, ci si potrebbe aspettare l'ennesimo scontro tra robottoni, semplice riproposizione dell'Eterna-e-Scontata-Lotta-tra-Bene-e-Male, sia pure magari disegnata con stile più accattivante. E in effetti, il tratto di Go Nagai è oggi molto più raffinato e preciso rispetto a venticinque anni fa, più curato nei particolari, nel segno di una sperimentazione grafica che non si è mai fermata. L'uso massiccio dei retini adesivi è tutto sommato una novità per lui, malgrado non sia paragonabile a quello visto successivamente in Z Mazinger (ulteriore rilettura del celebre robot realizzata sempre da Nagai nel 1999), e benché venga comunque stemperato dalle sue tipiche chine graffianti, primi indizi della componente devilmaniana di Mazinsaga. Come evidenti sono del resto gli omaggi a H. R. Giger nel design dei nemici e delle architetture marziane.
Sarebbe dunque facile presupporre uno sterile esercizio di stile che, per quanto visivamente coinvolgente, si ponga semplicemente al servizio di tematiche trite.
Lo sarebbe se l'autore non fosse quel Go Nagai che attraverso le sue opere aveva già più volte dimostrato come bene e male non siano mai così nettamente separati. Ma soprattutto, Mazinsaga riprende a distanza di due decenni il discorso che Nagai aveva iniziato con quella che è forse ancor oggi la sua opera più riuscita, il binomio Mao Dante-Devilman.
E qui mi soffermo.

Da un lato abbiamo l'universo robotico, che ha vissuto la sua vera avventura più sul versante animato che su quello cartaceo, e dall'altro l'universo dei demoni, che Nagai ha continuamente approfondito (si pensi anche a opere come Shuten Doji o Susano-Oh). A cosa potrebbe portare una fusione delle due tematiche? E soprattutto, è realmente possibile operare una simile fusione? All'inizio non sembrerebbe: Koji Kabuto (Rio nella versione televisiva italiana di Mazinga Z e Alcor in Goldrake) si ritrova a possedere "Mazinger Z", un elmo forgiato dal padre Kenzo usando un materiale che Nagai, attingendo a piene mani dai termini della classica fantascienza di serie B, non esita a chiamare super materia spirituale Z, e attraverso cui può vestire l'armatura di Dio. O forse del Diavolo? Il discorso è sempre lo stesso: così come il vecchio Mazinger era solamente un'arma in mano al suo pilota, e per questo né buono né malvagio, così anche la sua nuova incarnazione contemporanea altro non è che uno strumento capace di reagire ai sentimenti di Koji. Ma nelle vecchie storie degli anni '70, Mazinga si trovava a dover affrontare la minaccia del Dottor Hell, e la sua posizione a difesa del "bene" era del tutto obbligata, anche se forse Go Nagai non l'ha sempre pensata in questi termini.
Nonostante non abbia mai cercato di imporre la propria filosofia sulle trasposizioni animate dei suoi eroi, lasciando libertà creativa agli sceneggiatori televisivi (e intascando comunque la sua parte del bottino, in quanto soggettista originale), si è però riservato di rappresentare in seguito sotto forma di fumetto le sue vere idee, troppo scomode per la TV giapponese dei '70, e che solo nell'ultimo decennio hanno trovato infine il loro naturale sbocco animato nel canale dell'home-video.

Mazinga è dunque soltanto un mezzo, uno strumento, un'arma. E per quanto un'arma possa essere asservita a ideologie diverse, rimarrà sempre un oggetto privo di un suo peso morale intrinseco. In Mazinsaga ci viene quindi offerto un Mazinger che asseconda il lato oscuro di Koji, sentimenti negativi che ogni essere umano prova, quali odio e gelosia, fino al punto di scatenare la sua furia sul resto dell'umanità, portando il mondo intero all'apocalisse.
Una furia distruttrice che avevamo già conosciuto in Devilman, dove solo attraverso la battaglia, il sangue e la morte, il protagonista si sentiva veramente vivo. Ma lì il discorso si esauriva in questo.

Non ora, non con un Koji che dopo la strage suprema si ritrova a riflettere su quello che ha fatto, e sulla colpa di cui si è macchiato. Ma Nagai non gli dà tregua, e dopo averlo trasportato nel futuro, quando gli uomini avranno abbandonato la Terra per colonizzare Marte, ecco che fa subentrare il lato "nostalgico" dell'operazione Mazinsaga: assistiamo all'entrata in scena della Human Machine Aphrodite Ace, pilotata da Sayaka Yumi, e questa volta, per quanto sofisticato e rielaborato nel design, è veramente un robottone. E allo stesso tempo viene fissato anche lo snodo della storia, perché il popolo di Marte è in guerra.

Curioso, vero? Go Nagai non può fare a meno di mostrare gli uomini in guerra. Semplice espediente narrativo? Dopotutto, una storia d'azione ha bisogno di un solido scenario che funga da punto di partenza per gli sviluppi narrativi, ma questo continuare a ricorrere alla guerra, in ogni epoca, in ogni situazione, è anche una caratteristica indelebile dell'uomo, e Nagai la sottolinea spesse volte nel corso della sua ormai più che trentennale carriera.

Le forze che attaccano Marte sono guidate da God Kaiser Hell e dai suoi sottoposti. Ed ecco che Nagai inizia il suo gioco di auto-citazione, e pian piano introduce volti e personaggi che hanno fatto la fortuna delle sue storiche serie robotiche: il Barone Ashura, il Conte Blocken, il Duca Gorgon (qui promosso Granduca), Tetsuya Tsurugi, Jun Honoo, Boss, Duke Fleed (alias Actarus), senza contare tutte le armi del Mazinger che non vengono nominate ma sono rappresentate nel loro funzionamento allo stesso modo dei pittoreschi corrispettivi degli anni '70.
Rintracciare i numerosissimi rimandi sembra quasi un invito dell'autore, ma non deve fuorviare. Proprio dopo averci fornito tutta quest'ordalia di dati, Nagai si riappropria di un altro tema a lui caro: le armate di Hell sono infatti formate dagli abitanti originari di Marte che, come già i demoni di Devilman, vogliono ora riappropriarsi del mondo che gli uomini hanno usurpato. Si direbbe però che non vi sia nulla di nuovo sotto il sole.

E invece… Le armate di Hell sono composte da uomini già morti, che non vivono ma sono sospesi in un limbo di dolore, incapaci di raggiungere la pace. E per questo odiano i vivi, ed accettano che Hell costruisca per loro corpi biomeccanici in cui incarnarsi e con cui eliminare gli odiati terrestri. E così arriviamo a quello che si può ritenere il punto cruciale di Mazinsaga: la figura delle bio-machine beast è veramente quanto di più tragico Nagai abbia mai creato. Da morti aspirano a tornare in vita per fuggire al loro tormento, da vivi desiderano morire perché la loro esistenza si rivela una sofferenza indicibile.
Anime in pena, senza pace e senza speranza di trovarne, che vagano dalla vita alla morte alla ricerca di qualcosa che non possono avere, e che si sono affidate ad Hell perché ha saputo dar loro almeno una speranza. E Koji non può fare altro che combatterli, per difendere gli abitanti di Marte, ovvero la stessa umanità che già una volta ha condannato alla distruzione. E adesso non fa che chiedersi se stia intraprendendo la strada giusta, se davvero non ci sia una via alternativa.

Ma le forze di Hell incalzano, massacrano, distruggono, e non c'è tempo per riflettere. Di fronte ad una guerra sia il bene che il male si annullano, e in Devilman questo aveva portato all'estinzione di ogni vita sulla Terra. Nessuno ha vinto, nessuno ha perso. Ma questo succedeva nei primi anni '70. Ora, dopo quasi 30 anni, come la penserà Nagai? Gli uomini saranno ancora destinati all'estinzione? Purtroppo è ancora presto per dirlo, essendo il fumetto ancora in corso di realizzazione (e attualmente, con il sesto volumetto Dynamic, la produzione giapponese è già stata raggiunta). Posso però rispondere al quesito che avevo posto all'inizio. Mazinsaga è dunque una semplice somma di "Mazinga + Devilman"? All'apparenza sì, e la convivenza dei due generi non sempre è ben amalgamata, ma sicuramente la visione di Nagai si è arricchita rispetto al passato, proponendo nuovi punti di vista a partire da quell'antico discorso che è in sostanza alla base della sua intera carriera di fumettista.


 

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